come si fa? iniziamo a pensare al futuro non come a qualcosa che accadrà, (e quindi chissà cosa), ma a quello che noi faremo.
L'esercizio è semplice e veloce, anche se richiede impegno e costanza, ma verrete ripagati... prendiamo un quaderno e mettiamoci lì, per almeno mezz'ora al giorno,per una settimana, a scrivere come ci piacerebbe che fosse la nostra vita tra un anno.
Non ci sono regole e si può benissimo fantasticare e anche, se uno vuole...esagerare!
Scriviamo come sarà la nostra famiglia, il nostro lavoro, i nostri amici, le nostre vacanze, quello che faremo e impareremo.
L'importante è non smettere prima della mezz'ora e scrivere quello che immaginiamo in modo molto preciso, nei minimi dettagli, non in modo vago.
così impareremo a dedicarci ai nostri progetti, che a quel punto saranno più chiari, e a pensare il futuro non come una mannaia che ci può capitare tra capo e collo, ma come qualcosa che faremo noi in prima persona
giovedì 27 agosto 2015
martedì 25 agosto 2015
il Giving Day per il Nostro benessere..
GOCCE DI FELICITA'. inizia da oggi la "rubrica" composta di post in cui ci diciamo quelle che vogliono essere piccole ma importanti indicazioni per pensare e ricercare la nostra felicità e il nostro benessere....oggi iniziamo con le BUONE AZIONI:la psicologia positiva ha dimostrato che Dare rende più felici, la novità è che adesso è dimostrato che almeno 5 buone azioni a settimana migliorano in modo significativo il nostro benessere.
L'idea è concentrarle tutte in un giorno particolare, il Giving Day, in modo da mettere in moto una serie di automatismi che spingono a comportarsi in modo generoso nella nostra quotidianità
L'idea è concentrarle tutte in un giorno particolare, il Giving Day, in modo da mettere in moto una serie di automatismi che spingono a comportarsi in modo generoso nella nostra quotidianità
giovedì 2 aprile 2015
La droga del terzo millennio: la DIGITAL ADDICTION
SUONA OVUNQUE.... suona a teatro con gli attori che
infastiditi smettono di recitare (memorabile Toni Servillo furioso che
interrompe un suo spettacolo a teatro di fronte un ostinato cellulare), suona
sul treno anche se sono state istituite le “carrozze del silenzio”, suona in
ospedale nonostante sia severamente vietato, al mare, in montagna, in Chiesa,
per non parlare poi a lavoro e la sua presenza si fa imperante sulle nostre
tavole.
Ormai altre al trillo ci sono i messaggi, gli sms, i
whathapp, i messanger, è importante controllare all’istante tutte le App
installate e poi… chi non ha perso l’occasione di farsi un selfie per poi
condividerlo immediatamente?.
Si chiama “digital addiction” , è la droga del terzo
millennio e come tutte le dipendenze va curata.
E le sindromi quali sono?
C’è la sindrome FOMO (fear of missing out), ossia la paura
di essere tagliati fuori; la “Nomofobia”, ne siete affetti se andate in
fibrillazione quando non avete il cellulare con voi, la “checking habit”, ossia
la mania di controllare continuamente lo smartphone per cercare se per caso è
arrivato un messaggio o una mail, una notifica o una chiamata persa, nonostante
abbiamo sempre tutte le suonerie attive.
I sintomi poi sono di vario genere e di varie intensità: stati
d’ansia, emicrania, deficit di attenzione e in qualche caso si arriva all’attacco
di panico.
Anche perché ormai con lo smarphone si fa di tutto, si ordina
una pizza, si acquista un volo, si fa la spesa, si gioca in borsa ì, si
prenotano cinema e teatro, che però poi vedremo con cellulare in mano, anzi in…”occhio”.
Non è tutto da demonizzare naturalmente, le nuove App e i
nuovi gestionali sono vera manna da cielo per il singolo e per le aziende, ma,
come per molte cose, è importante come le si gestisce, vista la crescente logica
della produttività e dell’ubiquità.
E allora come fare a “disintossicarsi”?
In questi ultimi anni, per non dire mesi, sono nati alcuni
movimenti “slow tech”, per i quali la parola d’ordine è “unplug”, stacca la
spina: dalla semplice pausa caffè, alla breve o lunga vacanza.
Perché c’è bisogno di tutto questo? Lo spiega molto bene
Granelli nel suo libro “breviario per (soprav)vivere nell’era della rete.” “ La
situazione ci è sfuggita di mano. Credevamo che grazie alla tecnologia avremmo
avuto più tempo per noi, ma non è andata affatto così…..ogni tre o quattro
minuti c’è qualcosa che ci disturba o deconcentra. Questo riduce la
produttività anziché aumentarla”.
E allora come fare? Fondamentale è non sottovalutare la
cosa.
È molto importante
avere la consapevolezza del proprio disturbo, di come si presenta e dei sintomi
e malesseri che presenta. La consapevolezza ci dà già la possibilità di agire. Per
alcuni basterà semplicemente trovare o
tornare ad una strutturazione del tempo più sana, ma a volte, come abbiamo
detto, il problema prende proprio le fattezze di una dipendenza e allora
diviene fondamentale guardare il problema come una espressione di qualche
bisogno più profondo e latente.
sabato 14 giugno 2014
Cosa sono i disturbi d’ansia e dell’umore
I Disturbi d’Ansia e dell’Umore sono certamente i disturbi psichici più comuni. Essi provocano gravi sofferenze che rischiano di compromettere il funzionamento familiare, sociale e lavorativo della persona colpita.
Sono disturbi che possono insorgere a qualsiasi età ed indipendentemente dal sesso o dallo status socio-economico di appartenenza.
Prendendo in considerazione i dati dei principali studi epidemiologici pubblicati sulla rivista Psychological Medicine nel 2012, i ricercatori hanno calcolato che, globalmente, la depressione nella sue varie forme interessa il 4,7% della popolazione, mentre l’ansia addirittura il 7,3%.
Disturbi d’ansia
L’ansia è un’esperienza emotiva universale che, di per sé, non è inadeguata poiché rappresenta una risposta a stimoli esterni più o meno intensi (una situazione nuova o inaspettata, esame, un colloquio di lavoro, una gara, un evento di vita significativo come ad esempio il matrimonio, ecc.). Nella giusta misura, l’ansia fornisce la spinta per essere più pronti ed efficienti ad affrontare la situazione. Essa rappresenta, infatti, un meccanismo protettivo per il soggetto, in quanto è finalizzata ad anticipare la percezione del pericolo prima ancora che si manifesti e a mettere in moto i meccanismi fisiologici che spingono all’esplorazione, per individuare il pericolo ed affrontarlo nella maniera più adeguata, oppure (quando necessario) all’evitamento e alla fuga.
Può succedere che allo stato d’allarme non corrisponde un pericolo reale da affrontare e risolvere. In questi casi l’ansia diviene una risposta sproporzionata o irrealistica che disturba la persone, invece di essere elemento di spinta all’adattamento ambientale.
Se gli episodi ansiosi sono fastidiosi, ma gestibili, occasionali e di durata limitata nel tempo non ci si deve preoccupare.
Al contrario, è importante consultare uno specialista e intraprendere un trattamento specificoquando nervosismo, agitazione, paure immotivate o sintomi quali fisici tachicardia e vertigini diventano molto intensi e persistenti al punto da impedire di svolgere le proprie attività quotidiane o interferire con le relazioni familiari, sociali o lavorative.
Si possono individuare diverse tipologie di disturbo d’ansia. Quelle di più frequente riscontro nella popolazione sono:
- Disturbo d’Ansia Generalizzata
- Disturbo da Attacchi di Panico
- Fobie
- Disturbo Ossessivo-Compulsivo
- Disturbo Acuto da Stress
- Disturbo Post-Traumatico da Stress
Disturbi dell’umore
La tristezza, la noia e, più in generale, il “sentirsi giù” sono emozioni comuni che tutti sperimentano nel corso della propria esistenza di fronte ad eventi o situazioni di perdita e di mancanza: lutti, separazioni, perdite, ricordi dolorosi, ecc. Le oscillazioni dell’umore sono risposte fisiologiche e, di fronte a queste situazioni, non tutti diventano depressi: solitamente, la maggior parte delle persone riesce nel tempo ad affrontare queste situazioni e quegli eventi senza cadere nella depressione.
La depressione, intesa come disturbo clinico, presenta una caduta del tono dell’umore che è assolutamente sproporzionato rispetto a qualsiasi causa esterna che possa averlo provocato. A questa caduta si associano, inoltre, altre sensazioni: vuoto, appiattimento emotivo, a volte mancanza di sentimenti e, quasi sempre, perdita della capacità di provar piacere in quelle cose che in precedenza davano piacere (anedonia).
Dal punto di vista clinico, quindi, la depressione è una malattia che conduce la persona a vivere un netto cambiamento del suo umore e del suo modo di vedere se stesso e il mondo.
I disturbi dell’umore possono esprimersi in due sostanziali modalità, a seconda dei sintomi con cui si presentano: come Disturbi Depressivi e come Disturbi Bipolari
I Disturbi Depressivi, a loro volta, si differenziano in:
- Disturbo Depressivo Maggiore. E’ la forma più ricorrente di depressione e comprende un quadro clinico di una certa gravità, caratterizzato da sintomi che interferiscono significativamente con le funzioni fisiologiche (sonno, appetito), con la capacità lavorativa e con la capacità di provare piacere nelle cose che prima davano piacere. La depressione maggiore è un disturbo episodico: si presenta, cioè, con episodi che hanno un inizio, un’evoluzione e una fine. Nel corso della vita un persona può avere un solo episodio depressivo maggiore oppure una serie più o meno numerosa di episodi depressivi maggiori (in questi casi, si parla di Depressione Maggiore Ricorrente).
- Disturbo Distimico. E’ una forma di depressione di minore gravità rispetto alla Depressione Maggiore, ma presente un andamento protratto (oltre due anni). I sintomi depressivi non sono invalidanti, anche se rendono il funzionamento della persona più faticoso e meno gratificante. Nel corso della Distimia possono manifestarsi anche episodi di Depressione Maggiore.
I Disturbi Bipolari sono disturbi caratterizzati dal’alternanza di Episodi Depressivi Maggiori edEpisodi Maniacali (Disturbo Bipolare I) o Ipomaniacali (Disturbo Bipolare II). Depressione e Mania possono essere considerati due polarità della stessa malattia. La depressione è, infatti, caratterizzata da umore depresso, perdita di interessi e di piacere, rallentamento psicomotorio, pessimismo, indecisione, sentimenti di colpa, ecc. La mania è, invece, caratterizzata da sintomi di segno opposto, quali euforia, eccitamento psicomotorio, dispersione di interessi ed energie, ottimismo ingiustificato, ipervalutazione di sé e delle proprie capacità, ecc. La mania, con maggiore frequenza rispetto alla depressione, può comportare la perdita delle capacità di giudizio e disinibizioni del comportamento sociale al punto da provocare problemi gravi o imbarazzanti (ad esempio, scelte economico-finanziarie assurde, comportamenti sessuali bizzarri, ecc.).
martedì 20 maggio 2014
LA DISLESSIA, PROBLEMA PER I GENITORI, PER GLI INSEGNANTI, MA SOPRATTUTTO SOFFERENZA PER I BAMBINI
Che cosa è la
dislessia?La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento e i bambini che ne soffrono hanno un’ intelligenza
nella norma o brillante, senza problemi
neuro-sensoriali e non vivono in ambienti
socio-culturali con problemi. Purtroppo è una situazione presente sin
dalla nascita, ma si evidenzia solo all’inizio del percorso scolastico: dopo i
primi due anni della scuola primaria, solitamente, le abilità della lettura e
della scrittura sono acquisite…ma così non è per i bambini dislessici. Inoltre
si presentano una serie di disturbi e problematiche che accompagnano questa
situazione:
*Disturbi nell’organizzazione dello spazio
*Disturbi del linguaggio
*Disturbi nella coordinazione motoria
*Disturbi nell’esecuzione di procedure
*Disturbi nella memoria di lavoro
*Disturbi dell’attenzione e iperattività
*Disturbi del comportamento e della condotta
Dal sito dell’Associazione Italiana Dislessia si hanno molti
elementi interessanti:
innanzitutto l’Associazione ci aiuta a capire come questa si
può affrontare in una prima fase. Infatti quando qualcuno (genitore o
insegnante) sospetta di trovarsi di fronte ad un bambino dislessico è importante
che venga fatta, al più presto, una valutazione diagnostica. La diagnosi deve
essere eseguita da specialisti esperti, mediante specifici test e permette di
capire che cosa sta succedendo ed evitare gli errori più comuni, come
colpevolizzare il bambino ("non impara perché non si impegna") e
l'attribuire la causa a problemi psicologici, errori che determinano sofferenze
e frustrazioni. Il professionista
redigerà un referto scritto indicando il
motivo dell'invio, i test utilizzati e la diagnosi conclusiva. Ottenuta la
diagnosi si possono mettere in atto aiuti specifici, tecniche di riabilitazione
e di compenso, nonché alcuni semplici provvedimenti della modifica della
didattica a favore dei ragazzi dislessici e contenute nelle direttive Ministeriali,
come ad esempio dare di tempi più lunghi
per lo svolgimento di compiti, l'uso della calcolatrice e/o del computer, anche
durante gli esami.
Credo che cosa
fondamentale da ricordare, per tutti è che dislessici hanno un diverso modo di
imparare ma comunque imparano.Spesso i genitori hanno difficoltà a riconoscere
i segnali, perché questo è emotivamente molto difficile da affrontare: a volte
attribuiscono le difficoltà alla scarsa volontà e scarso impegno (“II bambino è
pigro e svogliato”); gli insegnanti possono mostrare disappunto e impazienza
diventando più severi e la famiglia viene coinvolta e sente pesante il problema
dei compiti a casa. Purtroppo a volte vi
sono classi che vivono il bambino dislessico come un vero e proprio problema,
colui che ostacola il normale andamento didattico. Spesso la scuola di fronte a
un bambino con problemi, adduce la causa a pigrizia collegando questo stato a
motivi di carattere familiare con situazioni spesso assurde, irrealistiche e inappropriate
rispetto alle reali dinamiche . Può capitare che alcuni insegnanti assumano un atteggiamento negativo di fronte
all’uso di materiali e strumenti compensativi specie l’uso del computer o altri
strumenti tecnologici (rifiuto del PC in classe, o rifiuto di fare i compiti a
casa con il PC, perché discriminerebbe i compagni) .Le dinamiche all’interno di
una classe sono sempre molto complesse e al team di insegnanti non viene dato
il giusto supporto e aiuto per affrontare anche questo .E quindi molte volte il
bambino dislessico va incontro ad una richiesta cognitiva eccessiva .
Ma quale può essere una richiesta eccessiva per il bambino
dislessico? Bisogna cercare di capirlo per potersi mettere nei suoi panni. Ad esempio leggere o scrivere una parola per un bambino
con memoria a breve termine e fare
analisi fonemica è un compito per lui molto complicato, che appare invece
facile per i compagni.
Fare un compito in cui sia necessario focalizzare l’attenzione
su molti sotto-compiti , richiede proprio quei processi in cui lui non è sufficientemente
automatizzato: lettura di parole lunghe, seguire una lezione alla lavagna,
copiare alla lavagna, prendere appunti ; da qui possono crearsi confusione e
disagio.
Tutto questo diventa
fattore di stress scolastico per il bambino dislessico.
Proviamo a pensare
come potrebbe essere per noi una mancanza ripetuta di soddisfazione:non finire
in tempo, non avere la soddisfazione di far bene, di aver successo di fronte al
compagno, se non di fronte alla classe intera, ricevere un giudizio negativo,
la percezione del biasimo da parte dell’adulto. Da questo vissuto l’Immagine di
sé ne viene altamente compromessa e sono grandi I
fattori di stress scolastico per il bambino dislessico.
Sono quindi
atteggiamenti da cercare di evitare il più possibile: sottoporre il bambino a
molto stress tramite una didattica inappropriata; sottoporre il bambino a molti
fallimenti in un contesto in cui dovrebbe riuscire a trovare gratificazione, ma
che invece risulta umiliante, frustrante; dare giudizi negativi specie sull’essere(non sufficiente, appena
sufficiente, hai sbagliato, non fare il pigro, ti devi impegnare di più, non va
per niente bene);non fare un’analisi attenta degli errori secondo le indicazioni
diagnostiche fatte; sanzionare in termini di più compiti (rifai la scheda nell’intervallo);
mostrare disinteresse per le sue difficoltà e le sue frustrazioni; non dargli
l’ opportunità di mostrare i suoi ambiti di successo; utilizzare in classe
modalità didattiche che favoriscono la competizione, paragoni, giudizio sociale
relativo alle prestazioni scolastiche degli altri; avere un atteggiamento
generale che valuta il bambino in termini di successo o meno a scuola o in una
materia.
Perché dobbiamo avere tutte queste attenzioni? Perché
altrimenti il bambino può andare incontro a degli stati emotivi molto forti,
che portano a comportamenti di evitamento delle situazioni che gli fanno male e
quindi della scuola: ansia, demoralizzazione, sintomi associati o secondari (mal
di testa, mal di pancia), demotivazione, preoccupazione di far male o brutta figura,
senso di incontrollabilità, solitudine, bassa autostima, aggressività,
impulsività. Oggi, per fortuna la ricerca riconosce che i bambini con disturbo
di apprendimento presentano come conseguenza problemi di tipo emotivo ( scarsa
autostima, senso di colpa, problemi di socializzazione).
Il sentirsi fallimentare spinge il bambino ad auto-percepirsi
come inappropriato e inadeguato, provocandogli un’enorme sofferenza che può manifestarsi
dapprima come rabbia, aggressività , ritiro fino all’instaurarsi di veri e
propri stati di ansia e depressione.
Percepirsi inadeguati è una sensazione straziante, che porta
anche a reazioni di rabbia: fallimenti scolastici e frustrazione sarebbero la
causa di comportamenti aggressivi, incrementati dai comportamenti inadeguati di
genitori e insegnanti .La rabbia non sempre rivolta verso chi è responsabile
direttamente ma più spesso verso la famiglia e in particolar modo verso la
mamma. Inoltre bambini con DSA (questa è la sigla dei disturbi specifici
dell’apprendimento, di cui la dislessia fa parte) soffrono di un rifiuto e di
un isolamento sociale legato a uno o più fattori, come i problemi sul piano linguistico/comunicativo,
le difficoltà nell’uso adeguato del linguaggio verbale, le scarse abilità
sociali, la difficoltà a decodificare le informazioni offerte dagli altri, la
possibile goffaggine, ma anche una difficoltà nell’interpretare il linguaggio
corporeo ( che mi dà grandi indicazioni su cosa pensano gli altri).
Tutto questo porta ad
atteggiamento comunicativo passivo, uniformato al concetto di sé alla
percezione che di loro hanno gli altri e all’’evitamento di certe esperienze o
addirittura la fuga (quando non può farlo mette in atto altri comportamenti a seconda dell’età come succhiarsi il pollice,
mordersi le unghie,piangere, ecc..) Purtroppo questi bambini sono molto spesso convinti
di essere poco intelligenti, cioè di possedere scarse capacità di riuscita in
qualsiasi compito e quindi evitano ogni prestazione scolastica in quanto la
loro motivazione è annullata.
Per tutti questi motivi capiamo che insegnanti e genitori
giocano un ruolo determinante nel sostenere in un certo modo il bambino
dislessico .Per riassumere prendiamo spunto nuovamente dall’Associazione
Italiana Dislessia ci dà indicazioni su cosa possono fare i genitori:
- informarsi sul problema
- cercare una appropriata valutazione diagnostica
- discutere del problema con gli insegnanti
- aiutare il bambino nelle attività scolastiche (leggere ad
alta voce)
- utilizzare strumenti alternativi alla pura lettura
(cassette, cd, video, computer)
Cosa possono fare gli insegnanti:
- riconoscere e accogliere realmente la
"diversità";
- parlare alla classe e non nascondere il problema;
- spiegare alla classe le diverse necessità dell'alunno
dislessico e il perché del diverso trattamento;
- collaborare attivamente con i colleghi per garantire
risposte coerenti al problema;
- comunicare con i genitori
Le cose da non fare:
- far leggere il bambino a voce alta
- ridicolizzarlo
- correggere tutti gli errori nei testi scritti
- dare liste di parole da imparare
- farlo copiare dalla lavagna
- farlo ricopiare il lavoro già svolto, perché scorretto o
disordinato
- paragonarlo ad altri venerdì 16 maggio 2014
IL BAMBINO CONSUMISTA
Il bambino consumista! Detto così sembra che stiamo parlando
di un essere che utilizza tutto il suo potere e la sua scelta decisionale per
essere un consumista. In realtà non è così. Il bambino non può essere
consumista se non è indotto ad esserlo, per vari motivi. Il primo è che, anche
se ha una sua capacità decisionale fin dai primi giorni di vita, utilizza
questa per scelte di sopravvivenza e non certo per scelte filosofiche o in
questo senso, di vita. Inoltre perché, proprio per la sua sopravvivenza, sono
fondamentali le figure di mamma e papà, tutto ciò che loro fanno e tutto ciò
che loro indicano è giusto fare. Se mamma e papà, o chi per loro, non sono
soddisfatti di me e del mio modo di essere, io rischio l’abbandono e per il
bimbo abbandono equivale alla morte.
Ma parlando di consumismo non si può non parlare di
“oggetti”; anche la psicologia ne parla, seppur in modo diverso. L’”oggetto”
d’amore e di desiderio per il bambino è la propria madre e quindi il suo amore.
Passata una prima fase in cui è giusto che mamma e bambino siano in simbiosi,
il bambino deve imparare ad avere dei suoi spazi e dei suoi momenti. È questo
il motivo di massima che fa dire a tanti pedagogisti di lasciare che il bambino
a volte pianga anche un po’ da solo nella culla e nel lettino e inizi a capire
di cosa ha bisogno, a gestire la frustrazione e ad auto-consolarsi (magari gorgheggiando, canticchiando,
coccolandosi…). Se noi interponiamo a tutte queste fasi continuamente la presenza di un oggetto
esterno, inanimato e onnipresente, facciamo in modo che il bambino non
superi queste fasi nel modo più naturale
possibile. Ad esempio, l’ansia di esserci o non esserci della madre può cercare
un oggetto consolatorio di cui il bambino non ha bisogno e sviluppare in lui,
invece una “dipendenza dell’avere”. Crescendo imparerà che vale chi ha e non
chi prova, gestisce, crea, esprime e rinuncia. Lo sviluppo dell’identità del sé
non passa attraverso” l’oggetto mamma”, ma i suoi surrogati di plastica e
altro. Da questo alla dipendenza il passo è breve. Non aver imparato a gestire
la frustrazione provoca una confusione del Sé: non si sa bene più chi si è e di
che cosa si ha realmente bisogno, e in particolar modo nei momenti in cui si
passano naturalmente alcune crisi dovute all’età, ad esempio durante l’adolescenza
o in età adulta, in momenti particolarmente stressanti e di transizione, si
ricerca la propria identità attraverso il possesso di un oggetto, magari di
moda, in modo da ricercare anche l’accettazione del gruppo, della società e
quindi il suo riconoscimento.
La scienza psicologica guida i pubblicitari nella scelta dei
colori, immagini e suoni per guidare le nostre scelte, ma ci aiuta anche a
uscire da una situazione di dipendenza dal consumismo. La psicologia del
ragionamento e della decisione è un tipo di psicologia che consente di comprendere le strategie della decisione
del consumatore nei suoi aspetti non logici, evidenziando le differenze
rispetto ad un processo logico. Queste differenze rendono conto del come il
consumatore possa difendere per esempio scelte di acquisto irragionevoli sul
piano logico (cambiare automobile quando quella che ha funziona ancora bene);
ci aiuta a comprendere i processi di autogiustificazione per legittimare scelte
non sostenibili su un piano meramente pratico o di vantaggio economico.
Alla fine mi viene da concludere che un bambino di oggi
potrà essere un consumatore più o meno responsabile a secondo il modo in cui noi adulti sappiamo gestire o meno le nostre
ansie, anche nei loro confronti.
venerdì 2 maggio 2014
Bambini e lettura: un’occasione per crescere insieme
Leggere con i bambini, leggere per i bambini o insegnare a leggere ai bambini? Non c’è una grande differenza: in ognuna di queste azioni passa la relazione. I progetti come “nati per leggere”, i laboratori esperienziali e educativi (per genitori e genitori e bambini) che in questi anni sono stati portati avanti hanno messo in luce proprio questo: attraverso la lettura passa non solo il sapere, ma anche la relazione. Innanzitutto la scelta delle letture fatta insieme ai bambini dice tanto di quello che siamo e quello che tramandiamo.
Attraverso le storie passano i nostri messaggi, i nostri valori, le nostre norme, ma anche le nostre paure. Passa quello in cui crediamo, che ci si possa salvare o meno da una situazione, che si possa fare o meno affidamento sugli altri, sulla propria dolcezza, furbizia o intelligenza per risolvere una situazione, che ci sia o meno una giustizia, una famiglia, un’amicizia, un lieto fine.
È fondamentale quindi scegliere e ragionare sulla nostra preferenza, ma anche avere delle indicazioni riguardo a questa.
È importantissimo iniziare a leggere con loro fin dalla prima infanzia e quindi leggere ad alta voce e, se è possibile, con l’aiuto del proprio Bambino Interiore, mimare storie e personaggi attraverso la voce e i gesti. Un bambino, quando gli viene letta una favola o mentre la legge lui stesso è nella favola e vive realmente le emozioni del personaggio.
Poi si inizia a leggere da soli, di solito in prima elementare. I bambini che hanno iniziato la primaria devono cominciare a esercitarsi con la lettura. Come aiutarli? E come aiutare anche i bambini più grandi che non hanno ancora acquisito bene la capacità di leggere ad alta voce?
Leggere ad alta voce è esperienza piacevole anche perché crea l’abitudine all’ascolto, aumenta i tempi di attenzione (che nei bambini sono di solito molto brevi) e sicuramente accresce il desiderio di imparare a leggere. Quindi quando leggete con i vostri bambini sarebbe il caso di riservare alla lettura un momento particolare della giornata: ad esempio prima del sonnellino o della nanna (momento migliore perché allieta anche il sonno) o comunque scegliendo dei momenti durante i quali siete entrambi un po’ più tranquilli.
Può capitare che il bambino si agiti o sia inquieto, in quel momento è importante non insistere e approfittate di altri momenti, come quelli di attesa, magari dal dottore, durante una fila, in un viaggio o durante un influenza (rende la malattia più affrontabile).
È importante poi il dove leggere: scegliete un luogo confortevole dove sedervi e dove recitate o cantate le filastrocche del suo libro preferito; sarebbe utile cercare di eliminare le altre fonti di distrazione: televisione, radio, stereo… Tenete in mano il libro in modo che il vostro bambino possa vedere le pagine e in modo che voi possiate indicargli le figure e spiegargliele. E poi fatelo partecipare con domande come: cosa pensi che succederà adesso?
E infine scegliete con lui: accompagnatelo in biblioteca e nelle librerie a lasciatevi andare all’entusiasmo dello scegliere un libro! Questo è il dono della relazione che ci dà la lettura con in nostri bambini.
Enrica Gagliardi (enrica.gagliardi1@gmail.com)
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