Visualizzazione post con etichetta ansia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ansia. Mostra tutti i post

lunedì 31 marzo 2025

Gli anziani depressi

 L'invecchiamento, una fase della vita segnata da cambiamenti significativi, può portare con sé sfide emotive, tra cui la depressione. Questo disturbo, spesso sottovalutato negli anziani, può avere un impatto profondo sulla loro qualità di vita.


 Fattori di rischio


Diversi fattori possono contribuire alla depressione negli anziani:


Cambiamenti fisici: 

Malattie croniche, dolore e disabilità possono limitare l'indipendenza e l'autonomia.

Perdite:

 La morte del coniuge, di amici o familiari può generare un senso di vuoto e solitudine.

Isolamento sociale:

 La diminuzione dei contatti sociali e la mancanza di supporto possono favorire la depressione.

Fattori psicologici:  Una storia di depressione, eventi stressanti o difficoltà nel gestire i cambiamenti possono aumentare il rischio.


 Sintomi


La depressione negli anziani può manifestarsi in modo diverso rispetto ai giovani. I sintomi possono includere:


* Tristezza persistente o sensazione di vuoto.

* Perdita di interesse o piacere nelle attività.

* Disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia).

* Affaticamento e mancanza di energia.

* Cambiamenti nell'appetito e nel peso.

* Difficoltà di concentrazione e memoria.

* Dolori fisici inspiegabili.

* Sentimenti di inutilità o colpa.

* Pensieri di morte o suicidio.


## Diagnosi e trattamento


La diagnosi precoce è fondamentale per un trattamento efficace. È importante rivolgersi a un medico o a uno psicologo se si sospetta una depressione. Il trattamento può includere la psicoterapia analitico transazionale, che aiura la persona a comprendere il proprio dialogo interno e il suo modo di relazionarsi.



## Consigli utili


Ecco alcuni consigli utili per gli anziani e per chi si prende cura di loro:


* Mantenere uno stile di vita attivo: L'esercizio fisico regolare e una dieta sana possono migliorare l'umore.

* Coltivare relazioni sociali: Mantenere i contatti con amici e familiari e partecipare ad attività di gruppo.

* Esprimere le proprie emozioni: Parlare con qualcuno di fiducia o scrivere un diario può aiutare a elaborare i sentimenti.

* Cercare aiuto professionale: Non esitare a chiedere aiuto a un medico o a uno psicologo.


La depressione negli anziani è un problema serio, ma trattabile. Con il giusto supporto, è possibile migliorare la qualità di vita e ritrovare il benessere emotivo.

giovedì 27 febbraio 2025

La Depressione Postpartum e l’Analisi Transazionale: Una Prospettiva Psicologica


La depressione postpartum (DPP) è una condizione psicologica che colpisce molte donne nei mesi successivi al parto. Si manifesta con sintomi quali tristezza persistente, senso di inadeguatezza, difficoltà nel legame con il neonato e perdita di interesse nelle attività quotidiane. L’Analisi Transazionale (AT), sviluppata da Eric Berne negli anni ’50, offre un modello utile per comprendere e affrontare questa complessa esperienza emotiva, esplorando le dinamiche interne e relazionali che contribuiscono al disagio.


L’Analisi Transazionale: I tre Stati dell’Io e la DPP


L’AT si basa sull’idea che la personalità sia suddivisa in tre stati dell’Io:


1. Genitore (normativo e affettuoso): rappresenta l’introiezione delle regole e dei modelli comportamentali appresi durante l’infanzia.



2. Adulto: è il centro della razionalità e della valutazione obiettiva della realtà.



3. Bambino (adattato e libero): racchiude emozioni, bisogni e vissuti dell’infanzia.




Durante il periodo postpartum, i conflitti tra questi stati dell’Io possono amplificarsi. Ad esempio:


Il Genitore Critico può emergere sotto forma di giudizi severi verso sé stesse (“Non sei una brava madre”).


Il Bambino Adattato potrebbe sentirsi sopraffatto da sentimenti di abbandono, derivanti da bisogni emotivi insoddisfatti o riattivati dalla maternità.


L’Adulto, spesso sopraffatto dallo stress e dalla mancanza di sonno, può perdere temporaneamente la sua capacità di elaborare la situazione con equilibrio.



Copioni di Vita e Depressione Postpartum


L’AT suggerisce che ogni individuo sviluppa un copione di vita, ovvero un piano inconscio strutturato durante l’infanzia, basato sulle interazioni con i genitori e sulle decisioni precoci. Nel contesto del postpartum, alcune donne possono attivare copioni disfunzionali, come:


“Devo essere perfetta per essere amata”: questa convinzione può portare a uno stress eccessivo, amplificando il senso di fallimento.


“Non sono abbastanza”: un copione comune che intensifica il senso di inadeguatezza come madre.



Contratti di Cambiamento e Strategie Terapeutiche


L’Analisi Transazionale propone interventi mirati per aiutare le donne con depressione postpartum a riconoscere e ristrutturare i propri schemi disfunzionali. Tra le strategie più efficaci troviamo:


Consapevolezza degli Stati dell’Io: attraverso il dialogo terapeutico, la paziente viene guidata a identificare quale stato dell’Io domina in momenti specifici e come gestire il conflitto interno.


Ristrutturazione del Copione di Vita: lavorare sui messaggi genitoriali interiorizzati e sulle decisioni precoci per modificare le convinzioni auto-limitanti.


Sviluppo dell’Adulto Funzionale: rafforzare la capacità di valutare la situazione con lucidità, accettando imperfezioni e limiti.



Il Ruolo delle Relazioni nella Guarigione


Un altro aspetto chiave dell’AT è l’enfasi sulle transazioni interpersonali. La relazione madre-bambino, così come il supporto del partner e della rete sociale, gioca un ruolo cruciale nel percorso di guarigione. L’AT aiuta le madri a:


Identificare transazioni disfunzionali, come richieste eccessive o giudizi impliciti provenienti dall’ambiente.


Favorire transazioni nutrienti, valorizzando scambi positivi e incoraggianti con le persone vicine.



Conclusioni


La depressione postpartum è una sfida complessa che coinvolge dinamiche profonde a livello intrapsichico e relazionale. L’Analisi Transazionale offre strumenti preziosi per comprendere e affrontare questa condizione, aiutando le donne a riscoprire il proprio equilibrio e a costruire una relazione sana e amorevole con sé stesse e con il proprio bambino.


Un percorso terapeutico basato sull’AT può rappresentare una strada efficace per accompagnare le madri nel processo di cambiamento e crescita personale, trasformando il postpartum in un’opportunità di scoperta e risanamento.


giovedì 15 luglio 2021

LO PSICOLOGO E IL LUTTO

Lo psicologo aiuta la persona a mettere in atto il rituale di separazione che spesso è stato saltato: ad esempio andare al cimitero, scrivere una lettera al proprio caro che non c’è più, dicendo tutto ciò che non è stato detto prima, o anche per liberarsi da giuramenti o promesse che sono state fatte e che vanno sciolte.

La persona viene aiutata a esprimere tutte le emozioni, i pensieri, i sentimenti che prova.

Il professionista invita il paziente a lasciar andare la persona amata con un ringraziamento per tutti i momenti vissuti insieme e per trasformare la tristezza in gratitudine.

Infine, si porta la persona a riscoprire la propria forza interiore, le proprie risorse e nuove motivazioni per continuare a vivere.

Tuttavia, è bene ricordare che la reazione al lutto è personale ed è influenzata sia dalla propria personalità, sia dalle circostanze che hanno portato alla morte. Infatti, un conto è accettare una morte naturale per vecchiaia, un altro è confrontarsi con il dolore per la morte improvvisa di un coniuge troppo giovane, di un figlio, o una morte per omicidio o un suicidio. Inoltre, è determinante la rete di relazioni e di aiuto che si ha a disposizione nel contesto familiare, amicale e sociale.


Se manca una rete di supporto sarà più facile cadere nella trappola della solitudine, della rassegnazione, della depressione che condurranno ad un lutto irrisolto.

sabato 13 febbraio 2016

MA QUANTO MI FA STAR BENE IL MIO CUCCIOLO?

Gli animali sono "fluidificatori sociali" e "riducono lo spazio apatico".

Termini medici per dire che gli animali fanno stare meglio, specie le persone affette da disagio o disabilità fisiche e psichiche. Non a caso l'uomo si circonda della loro compagnia e del loro ausilio dall'alba dei tempi. Ma oggi gli animali vengono utilizzati nella Pet therapy, le terapie assistite che affiancano la medicina tradizionale.

Infatti, si è notato che durante le sedute di Pet Therapy si abbassa l'ansia, si riduce la pressione sanguigna, la glicemia e il battito cardiaco e, dopo, i livelli di cortisolo ed endorfine, ormoni del benessere risultano aumentati.
Effetti riscontrati e confermati da decine di studi scientifici. Tanto che oggi, dopo aver faticato ad imporsi, la Pet therapy è da noi riconosciuta e diffusamente praticata. Guardiamo, oltre ai conosciutissimi e amatissimi cani e gatti, quali altri pissoli animali possono aiutarci.

Il cincillà è un animale che infonde dolcezza, socievolezza e positività. Così aiuta le persone solitarie, un po' spigolose e che vedono tutto nero. Non ha unghie, quindi non può graffiare, e ha un pelo morbidissimo che lo fa assomigliare a uno scoiattolo paffuto. La sua aria da cartoon e la sua simpatia muovono emozioni di tenerezza. Ed è davvero amico di tutti. Ti basta allungare le braccia per ritrovartelo in braccio. In più, è giocoso e molto attivo. Controindicazioni. È un po' delicato, quindi va tenuto lontano dai bambini maneschi o goffi che potrebbero fargli male.





La cavia peruviana è insostituibile quando ci sono problemi di relazione. Osservandolo si impara a fare amicizia nel modo giusto: aprendosi agli altri, ma senza aggressività. E’ facile andare d'accordo con un porcellino d'india, perché è un animale molto sociale e molto curioso. Nella pet therapy si utilizzano fratellini e famigliole, quando giocano e si dividono il cibo diventano un esempio da seguire. Controindicazioni: come un vero "maialino" fa i suoi bisogni senza controllo, anche quando ce l'hai in braccio.

Il coniglio cura emotività, tristezza e timidezza. Funziona perché trasmette tranquillità e permette di immedesimarsi: proiettando sul coniglio gli stati d'animo si impara a riconoscerli e ad affrontarli. È silenzioso, paziente, prevedibile e adora essere accarezzato. Dargli da mangiare, spazzolarlo, preparargli la cuccia sono attività che apprezza molto e intanto impari a prenderti cura anche di te stessa. Controindicazioni. I cuccioli, troppo instabili e imprevedibili, sono assolutamente inadatti. Non ama essere preso in braccio e se è stressato si immobilizza. È il momento di lasciarlo stare.


E DORMIRCI INSIEME  FA BENE? E' il momento di sfatare un tabù: dormire insieme agli animali domestici può avere i suoi benefici. A sostenerlo è uno studio elaborato dalla clinica di medicina del sonno in Arizona, la Mayo Clinic. Abbattete ogni pregiudizio e cambiate le salde abitudini instaurate con i vostri fedeli compagni di vita a quattro zampe, aprendo le porte delle vostre camere da letto e lasciando un posticino anche per loro sui vostri sofà in salotto.

Secondo il rapporto di questa analisi, la metà delle famiglie negli Stati Uniti possiede un animale e sono molte quelle che hanno confessato di dormire insieme a loro o di lasciare un posto libero in camera da letto. Lois Krahn, specialista in medicina del sonno, è uno degli autori di questa ricerca che è stata condotta su 150 partecipanti.






Essi hanno compilato un questionario per rispondere ad alcune domande e spiegare le loro abitudini personali durante il sonno e solo in seguito hanno fornito indicazioni precise che invece riguardavano l'educazione degli animali domestici. Mentre il 20% degli intervistati ha confessato di essere infastidito dalla loro presenza, più del 41% invece ritiene di sentirsi al sicuro e di riposare tranquillamente, una condizione rafforzata se si tratta di persone single.

Il dottor Krahn ha specificato: "Ci sono state tantissime risposte molto differenti tra loro, alcune davvero singolari ma tutte comunque in grado di contribuire a definire un quadro chiaro sul rapporto con gli animali in relazione al sonno umano. Una signora ad esempio, ha spiegato come i suoi due cagnolini le riscaldino il letto d'inverno, mentre un'altra ha raccontato come percepire la presenza del suo gatto durante la notte riesca a rasserenarla", continua "in ogni caso è fondamentale precisare come occorra fare una distinzione da animale a animale, non si può certo paragonare un chihuahua con un alano per ovvie ragioni".

 Un'altra differenza che va poi considerata si basa sull’indole ormai conosciuta degli animali e riguarda la diversità tra cani e gatti. 

Ecco alcune delle domande tratte dal questionario:
Quanto è grande la vostra camera da letto?
Il vostro animale dorme serenamente o è irrequieto?
Ci sono componenti della famiglia che hanno allergie?
Quanti sono gli animali nella vostra famiglia?
Se il vostro animale dorme sul letto, dove si mette precisamente?

È noto che gli animali assomigliano ai padroni, non solo esteticamente come nella scena iniziale del cartone animato "La carica dei 101", ma anche caratterialmente, se il padrone è tranquillo anche l'amico fido lo sarà. Tantissimi sono i proprietari di animali domestici che li considerano come membri della famiglia e desiderano integrarli in tutti gli aspetti della loro vita, quindi in tal senso il desiderio di voler dormire con loro accanto è comprensibile.


Risultati immagini per dormire insieme agli animaliIl risultato di questa analisi si pone però in forte contrasto con le precedenti analisi scientifiche connesse alla possibilità di contrarre malattie o infezioni, diversi sono gli esperti infatti che vietano alle persone di assumere questo atteggiamento. Questo studio ha fatto comunque discutere, ma una certezza è emersa: moltissime persone hanno avuto la possibilità di riposare e dormire meglio se al loro fianco ci sono gli animali domestici che avrebbero dunque un'influenza notevolmente positiva documentata da queste testimonianze. Se non riuscite a riposare bene provate quindi con il vostro animale a quattro zampe.

 Il dottor Charles Bae, un esperto di medicina del sonno presso la Cleveland Clinic, concorda sul fatto che la decisione finale spetta esclusivamente ai proprietari. "Non è certo un atteggiamento da imporre ma dato il risultato di questi studi si può però raccomandare".

venerdì 8 gennaio 2016

EMOZIONI E MENTE (SECONDA PARTE)

Questo articolo è stato realizzato insieme a Rosy Cervellera,
Consulente di Prevenzione Naturale, con cui collaboro per poter dare un servizio di Salute psico-fisica completo.
Quali pensieri colorano le vostre giornate e nottate?
Quanto le emozioni condizionano i pensieri convogliandoli in una certa direzione, desiderabile o insopportabile?
Chi di noi, non si è mai sentito imprigionato dai propri pensieri ricorrenti. È come essere chiusi in prigione e non poter vedere nient’altro che quelle quattro mura, i vari toni di grigio, le irregolarità e i segni del tempo ora dopo ora, giorno dopo giorno.
Gli stessi pensieri si ripetono ancora e ancora e ancora, incessantemente.
Anche se vorremmo pensare ad altro, anche se vorremmo dormire, anche se vorremmo dirci che andrà tutto bene, che non c’è niente di orribile là fuori, non ci riusciamo.
I pensieri, l’energia della mente, influenzano direttamente il modo in cui il cervello fisico controlla i processi fisiologici del corpo. L’energia del pensiero può attivare oppure inibire le proteine che attivano le funzioni della cellula attraverso i meccanismi dell’interferenza costruttiva e distruttiva.
mente assente
Per questo, quando ho fatto il primo passo verso il cambiamento della mia vita, ho dovuto controllare attivamente dove impiegavo la mia energia cerebrale.
La PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) rappresenta la dimostrazione scientifica della visione olistica dell’essere umano. L’olismo, dal greco holon= considera tutto l’essere umano come un insieme di parti e delle relazioni che si sviluppano tra di esse.La PNEI è una chiave di lettura della malattia e dei collegamenti tra zone del corpo anche apparentemente lontane.

E’ la base scientifica del modello di cura “Mente-Corpo”: i pensieri, le emozioni, gli stili di vita influenzano direttamente le cellule e gli organi, rafforzano o indeboliscono il sistema immunitario, il sistema ormonale e il sistema nervoso.


A partire dagli studi di Selye sullo stress, nel 1936, era nata una nuova generazione di studi scientifici che avevano poi condotto alla definizione della PNEI. Grazie a questi studi si è giunti alla comprensione che bisogna “abbandonare lo sguardo dell’anatomista che, da secoli, taglia e separa l’organismo umano in compartimenti, edificando discipline scientifiche e pratiche cliniche non comunicanti tra loro.

Si sono identificati i collegamenti tra cervello, sistema endocrino e sistema immunitario. Adesso i canali di collegamento tra psiche e soma e le molecole mediatrici di questo rapporto (neuropeptidi) sono state identificate.” (daPsiconeuroendocrinoimmunologia di F. Bottacioli).
E, ancora, che “I neuropeptidi sono come pensieri trasformati in materia.” (da Molecole di Emozioni di Candace Pert).
Gli studi della PNEI dimostrano che “non possiamo più attribuire alle emozioni e agli atteggiamenti mentali minore validità che alla sostanza fisica, anzi, dobbiamo considerarli segnali cellulari che traducono le informazioni in realtà fisica, che trasformano letteralmente la mente in materia.” (Molecole di Emozioni).
Come agisce la mente?
La mente, intesa come unità pensante e percettiva diversa dal cervello, svolge un ruolo importante: quando noi pensiamo in un certo modo utilizziamo in quel modo le emozioni e, a livello biochimico, si attivano trasformazioni particolari che influenzano in maniera determinante la nostra biologia.

Per questo motivo, la mente può influenzare il corpo, e avere un ruolo determinante sia nel produrre una malattia, sia nella cura della stessa e nella tutela della salute.

I pensieri, le emozioni e i comportamenti interagiscono con le cellule e i tessuti, influenzando il sistema energetico: essi contribuiscono al malessere e alla malattia o, se adeguatamente trasformati, contribuiscono alla salute e alla gioia di vivere.

I neuroni si rinnovano: cambiare è possibile!

Un fondamentale approdo delle scoperte delle neuroscienze è la dimostrazione che il cervello è neuroplastico: ciò significa che si possono creare nuovi neuroni, nuove relazioni neurali e nuove mappe neurali in seguito all’esercizio di pensieri e immagini nuove.
mente e sorrisi
Questo processo di rinnovamento avvia cambiamenti profondi nel nostro modo di percepire la vita, nei nostri stati d’animo e nei nostri comportamenti, e può portarci all’incontro con la nostra identità profonda che restituisce un senso alla vita (chi sono, cosa voglio e come voglio vivere).
Finché c’è vita, il cambiamento è sempre possibile, basta rimanere aperti/e a nuovi stimoli di conoscenza.

martedì 27 ottobre 2015

5 cose da fare per sorridere… anche al lavoro!

5 semplici passi per migliorare la vita lavorativa; naturalmente non generalizziamo e che, tramite queste indicazioni ognuno trovi la sua...ricetta!!

IMPARA A COMUNICARE
Il  modo più efficace per costruire relazioni positive sul lavoro è la sincerità. Molte persone pensano che al lavoro non si possa essere  completamente sinceri: se anche tu fai parte del gruppo è tempo di  ricredersi. La questione non è esprimere senza freni qualsiasi cosa ci  stia passando per la testa o dire senza mezzi termini ciò che pensiamo degli altri, bensì seguire un approccio differente. Impara a sorridere. Costruire e nutrire l'empatia è la chiave per avere una buona comunicazione. 
Inizia a chiederti  quali sono le tue esigenze, acquista più sicurezza nelle tue risorse e  impara a comunicare. La prima regola è smettere di cercare scuse o  giustificazioni e iniziare ad agire

ORGANIZZATI
Lascia tutto come se dovessi andartene domattina, eviterai stress inutile migliorando l'organizzazione della tua vita. Inoltre sarà più facile gestire eventuali emergenze e in caso di assenza chi ti sostituirà avrà a disposizione il necessario per lavorare bene. Una buona organizzazione  non serve solo a lavorare meglio, ma è il più efficace rimedio... antistress! 
Sarebbe preferibile iniziare la giornata sbrigando i lavori che richiedono più attenzione, quelli che saresti tentata a procrastinare,  in modo da poter dedicare loro più energia e concentrazione
È in arrivo un compito veloce? se hai tempo fallo subito. Rimandare fa perdere più tempo.
Risultati immagini per 5 cose da fare per sorridere… anche al lavoro! Vivere meglio senza stress

CONDIVIDI
non stiamo parlando di Facebook o social in generale.
E inoltre essere amichevoli sul lavoro non significa dover necessariamente  condividere ogni aspetto della tua vita privata: decidi tu se e quanto farlo, cosa dire  di te oppure tacere, ma non dimenticare di... fare una pausa caffè e dedicare del tempo ai colleghi! Talvolta dimentichiamo che quelli intorno a noi sono persone, non ruoli. Interessarsi agli altri contribuisce a creare relazioni positive e costruttive, appiana i dissidi e aiuta a capire che di fronte a te c'è un individuo dalla vita complessa e problematica proprio come la tua. Evita il pettegolezzo e ricorda che chi fa gossip con te lo farà anche su di te.

RICARICATI
Secondo uno studio effettuato in Danimarca fare pausa fa bene alla qualità del lavoro, perché una (piccola!) interruzione aiuta a riprendere con più slancio, fa superare i momenti di impasse e aumenta la creatività, oltre a rafforzare il legame con gli altri. impara a ricaricarti. Ricorda che la pausa  serve a... rilassarsi! 
Evita di appesantire questi momenti con commissioni o telefonate estenuanti; concediti un momento per chiacchierare con gli altri, fare una piccola passeggiata o trascorrere un istante all'aria aperta. Non è una pausa caffè a    farti perdere tempo, bensì la tendenza alla dispersione e l'incapacità di sfruttare bene le ore lavorative. Attenzione a quando i break diventano un'interruzione continua: poniti degli obiettivi e fai uno stop solo quando lo avrai raggiunto. 
Quando lavori impara a creare silenzio fuori e soprattutto dentro di te. Concentrati e immergiti al 100% in ciò che fai, qualsiasi cosa sia, la qualità del tuo lavoro sarà più alta e guadagnerai tempo.
Risultati immagini per 5 cose da fare per sorridere… anche al lavoro! Vivere meglio senza stress

SII FEDELE ALLE TUE PRIORITÀ ( e soprattutto...conoscile!)
I superiori non sono alieni, ma persone esattamente come te, con un carico in termini di responsabilità e organizzazione che spesso li rende nervosi, preoccupati, poco pazienti. Qualche volta comunicare con il capo può diventare difficile, soprattutto in un mondo del lavoro dominato da crisi e paura di licenziamenti improvvisi. Abbi il coraggio di chiederti quali sono le tue priorità e  impara a esprimere tuoi bisogni, al tuo capo, così come agli altri. 
Avere una buona reputazione sul lavoro non significa dover dire sempre  si, anzi tutt'altro: quando una persona lavora con qualità saper affermare i propri no esprime autorevolezza e gioca a tuo favore, aiutando persino a migliorare le condizioni lavorative. Non smettere di dare un contributo costruttivo al luogo in cui lavori e sii propositivo. Il modo giusto per farlo? Lascia da parte l'aggressività e usa empatia, decisione e gentilezza
L'essere umano è un animale sociale: abbandonare paura e arroganza per trovare l'autentica sicurezza in noi stessi è la chiave per un cambiamento positivo.
liberamente tratto da un articolo di De Bernardi (DM)

martedì 20 ottobre 2015

DOLORI DI UNA MADRE E DI UN PADRE CHE HANNO SCELTO L'ABORTO



COSA SIGNIFICA PER LA DONNA ABORTIRE?

L’aborto volontario è un tema spesso ignorato e misconosciuto dalla cultura medica e sociale, soprattutto se consideriamo l’impatto psicologico che questo evento ha sulla donna.
Come ci ricorda la dottoressa Ravaldi la radice etimologica della parola aborto è nel termine latino abortus, da ab-orior, letteralmente “venir meno nel nascere, non nascere, morire”; con questo termine, che è il contrario di orior, nascere, si intende dunque la fine del percorso vitale del bambino in utero.

Letteralmente aborto significa morto, perduto.
Morte – lutto descrivono una buona parte del vissuto esperienziale dell’aborto, quando cerchiamo di capire cosa accade nell’intimo di una madre, ( e alcune volte, ancora troppo poche, di un padre) quando si sceglie di interrompere una gravidanza, e dunque un processo di genitorialità.
L’aborto oggi è culturalmente svuotato del suo reale significato di morte (del bambino)/perdita (per la madre) e la società occidentale, dimentica che ogni perdita prevede un lutto, nega a chi affronta l’esperienza dell’aborto la possibilità di lutto (non si piange e non si soffre su ciò che si è scelto volontariamente), rendendo l’aborto una morte senza lutto, una morte senza dolore, e quindi per assurdo una morte neutra o addirittura spensierata (è stato meglio così).

L’interruzione di gravidanza condiziona il benessere sia fisico che psichico della donna, sia a breve che a lungo termine (molte donne conservano la ferita aperta dell’aborto per molti anni e soffrono intensamente anche dopo decenni) e come tutti i lutti richiede una notevole capacità di adattamento a di adeguamento alla nuova realtà; le conseguenze dell’aborto sul piano psicologico e sulla successiva qualità della vita non sono mai trascurabili.

Il lutto dell’aborto, ancora più degli altri lutti, viene spesso vissuto in sordina, senza cercare o ricevere appoggio esterno: il giudizio così fortemente legato all’atto incute timore laddove dovrebbe esserci ricerca di supporto e risorse e può rallentare di mesi o anni la risoluzione del lutto. Molte donne isolano il loro lutto a livello subconscio o inconscio, prendendone le distanze e negando l’effettiva portata della loro sofferenza, allo scopo di auto-curare quel dolore che non sembra condivisibile.
Una donna che interrompe la gravidanza soffre sia per la perdita del bambino che per la perdita di una parte della propria immagine come persona (nei diversi ruoli di figlia, donna, compagna, cittadina, appartenente ad una comunità religiosa etc).   La “perdita” di queste identità precedenti senza un corretto adeguamento è spesso responsabile di una cattiva elaborazione del lutto e espone le donne a rischio di lutto complicato, soprattutto sul versante depressivo e di condotte autolesive (uso/abuso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare)
Le donne che vivono il lutto senza elaborarlo sono a rischio di gravi ricadute depressive durante le gravidanze successive; questo di per se dovrebbe essere un motivo sufficientemente valido per offrire alle donne un supporto nei mesi successivi all'interruzione di gravidanza.

Purtroppo la società di oggi tende a banalizzare qualunque forma di lutto, nell’intento di esorcizzare la perdita ed il dolore; nel caso di un aborto, più spesso tema di confronto politico-religioso che motivo di riflessione sui vissuti individuali di chi affronta questo evento in prima persona, la possibilità di lutto viene ulteriormente ridotta e sconfessata, negata da pregiudizi e da interpretazioni superficiali sulla liceità o meno di provare dolore in questo tipo di perdita.

Come ricorda Vanni l 'aborto non si limita ad uccidere il figlio concepito e a lasciare nella donna pesanti conseguenze sulla salute fisica e psichica; l'aborto colpisce anche il padre del bambino abortito, intaccandone l'essenza della mascolinità, e provocandogli conseguenze psicologiche varie, anche gravi. 

Questa sofferenza è stata chiamata trauma postabortivo maschile una reazione a catena che rode l'identità personale maschile, da un lato minandone l'autostima ('Non valgo nulla perché non ho saputo impedirlo'), dall'altro soffocandola con il senso di colpa e il rimorso che ne deriva ('È colpa mia, l'ho voluto io, sono un assassino e devo pagare')". I sintomi di questo trauma variano a seconda del ruolo avuto dall'uomo nella scelta abortiva, per esempio, "i padri che hanno convinto la donna ad abortire possono provare un forte rimorso per il senso di colpa, mentre quelli che hanno tentato inutilmente di salvare il bambino possono essere vittime del senso d'impotenza". Gli psicologi che si occupano della cura di questi uomini descrivono sofferenze psicologiche "legate alla rabbia e all'aggressività, all'impotenza e incapacità di reagire, al senso di colpa, all'ansia, ai problemi di relazione, al lutto causato dalla perdita".

Alcuni uomini raccontano di soffrire di una grande ansia quando la loro partner rimane incinta e porta a termine la gravidanza. Altri ammettono di essere padri troppo protettivi, che temono che qualcosa possa accadere ai loro figli. Un atteggiamento che influisce negativamente sul normale sviluppo dei figli. Alcuni padri dicono di essere emotivamente invischiati, altri di essere emotivamente distanti ma eccessivamente protettivi. Alcuni affermano di essere diventati il genitore che più vigila sul bambino, allontanando la madre e con un eccesso di reazione ai normali eventi dell'infanzia, come per esempio, nel caso di un raffreddore, precipitandosi al pronto soccorso con il bambino pensando che abbia contratto la polmonite.

Probabilmente il sintomo più consistente ed evidente negli uomini, a causa della perdita di un figlio con l'aborto, è la rabbia. Purtroppo la società rende doppiamente difficile per gli uomini affrontare i postumi dell'aborto. In primo luogo perché la maggior parte dell'ambiente secolare non riconosce neppure l'esistenza della Sindrome Post Aborto nelle donne. E, in secondo luogo, perché agli uomini è stato spesso insegnato fin da bambini che è poco virile mostrare debolezza o piangere. Il risultato è che gli uomini non hanno alcun incentivo dalla società per far fronte in maniera concreta all'evento abortivo.





Enrica Gagliardi 338.6604351

Enricagagliardi1@gmail.com

venerdì 25 settembre 2015

LO ZEN DEL RIORDINO...

AIUTO! SOFFOCO TRA I MIEI OGGETTI.

Ecco, non bisogna essere un personaggio del noto programma televisivo Sepolti In Casa per avere questa sensazione e quindi non avere una Sindrome di Accumulo Compulsivo…

Un’infinità di oggetti di ogni tipo (abbigliamento, libri, documenti, foto, apparecchi, ricordi…) ci sommergono all’interno di abitazioni e uffici sempre più piccoli e ci soffocano.

Col risultato che non troviamo mai quello che davvero ci serve.

E’ importante mettere  a punto un metodo che garantisce l’ordine e l’organizzazione degli spazi domestici… e insieme la serenità.

Infatti, ad esempio nella filosofia zen il riordino fisico è un rito che produce incommensurabili vantaggi spirituali: aumenta la fiducia in sé stessi, libera la mente, solleva dall’attaccamento al passato, valorizza le cose preziose, induce a fare meno acquisti inutili.

Rimanere nel caos significa invece voler allontanare il momento dell’introspezione e della conoscenza.

E se mentre puliamo ne approfittiamo per buttare o meglio….riciclare.


Quello che è zavorra per noi sarà utile per altri e a noi farà tanto bene…donare…

giovedì 2 aprile 2015

La droga del terzo millennio: la DIGITAL ADDICTION

SUONA OVUNQUE.... suona a teatro con gli attori che infastiditi smettono di recitare (memorabile Toni Servillo furioso che interrompe un suo spettacolo a teatro di fronte un ostinato cellulare), suona sul treno anche se sono state istituite le “carrozze del silenzio”, suona in ospedale nonostante sia severamente vietato, al mare, in montagna, in Chiesa, per non parlare poi a lavoro e la sua presenza si fa imperante sulle nostre tavole.
Ormai altre al trillo ci sono i messaggi, gli sms, i whathapp, i messanger, è importante controllare all’istante tutte le App installate e poi… chi non ha perso l’occasione di farsi un selfie per poi condividerlo immediatamente?.
Si chiama “digital addiction” , è la droga del terzo millennio e come tutte le dipendenze va curata.
E le sindromi quali sono?
C’è la sindrome FOMO (fear of missing out), ossia la paura di essere tagliati fuori; la “Nomofobia”, ne siete affetti se andate in fibrillazione quando non avete il cellulare con voi, la “checking habit”, ossia la mania di controllare continuamente lo smartphone per cercare se per caso è arrivato un messaggio o una mail, una notifica o una chiamata persa, nonostante abbiamo sempre tutte le suonerie attive.
I sintomi poi sono di vario genere e di varie intensità: stati d’ansia, emicrania, deficit di attenzione e in qualche caso si arriva all’attacco di panico.
Anche perché ormai con lo smarphone si fa di tutto, si ordina una pizza, si acquista un volo, si fa la spesa, si gioca in borsa ì, si prenotano cinema e teatro, che però poi vedremo con cellulare in mano, anzi in…”occhio”.
Non è tutto da demonizzare naturalmente, le nuove App e i nuovi gestionali sono vera manna da cielo per il singolo e per le aziende, ma, come per molte cose, è importante come le si gestisce, vista la crescente logica della produttività e dell’ubiquità.
E allora come fare a “disintossicarsi”?
In questi ultimi anni, per non dire mesi, sono nati alcuni movimenti “slow tech”, per i quali la parola d’ordine è “unplug”, stacca la spina: dalla semplice pausa caffè, alla breve o lunga vacanza.
Perché c’è bisogno di tutto questo? Lo spiega molto bene Granelli nel suo libro “breviario per (soprav)vivere nell’era della rete.” “ La situazione ci è sfuggita di mano. Credevamo che grazie alla tecnologia avremmo avuto più tempo per noi, ma non è andata affatto così…..ogni tre o quattro minuti c’è qualcosa che ci disturba o deconcentra. Questo riduce la produttività anziché aumentarla”.
E allora come fare? Fondamentale è non sottovalutare la cosa.

 È molto importante avere la consapevolezza del proprio disturbo, di come si presenta e dei sintomi e malesseri che presenta. La consapevolezza ci dà già la possibilità di agire. Per alcuni basterà semplicemente  trovare o tornare ad una strutturazione del tempo più sana, ma a volte, come abbiamo detto, il problema prende proprio le fattezze di una dipendenza e allora diviene fondamentale guardare il problema come una espressione di qualche bisogno più profondo e latente.

sabato 14 giugno 2014

Cosa sono i disturbi d’ansia e dell’umore

I Disturbi d’Ansia e dell’Umore sono certamente i disturbi psichici più comuni. Essi provocano gravi sofferenze che rischiano di compromettere il funzionamento familiare, sociale e lavorativo della persona colpita.

Sono disturbi che possono insorgere a qualsiasi età ed indipendentemente dal sesso o dallo status socio-economico di appartenenza.
Prendendo in considerazione i dati dei principali studi epidemiologici pubblicati sulla rivista Psychological Medicine nel 2012, i ricercatori hanno calcolato che, globalmente, la depressione nella sue varie forme interessa il 4,7% della popolazione, mentre l’ansia addirittura il 7,3%.


Disturbi d’ansia

L’ansia è un’esperienza emotiva universale che, di per sé, non è inadeguata poiché rappresenta una risposta a stimoli esterni più o meno intensi (una situazione nuova o inaspettata, esame, un colloquio di lavoro, una gara, un evento di vita significativo come ad esempio il matrimonio, ecc.). Nella giusta misura, l’ansia fornisce la spinta per essere più pronti ed efficienti ad affrontare la situazione. Essa rappresenta, infatti, un meccanismo protettivo per il soggetto, in quanto è finalizzata ad anticipare la percezione del pericolo prima ancora che si manifesti e a mettere in moto i meccanismi fisiologici che spingono all’esplorazione, per individuare il pericolo ed affrontarlo nella maniera più adeguata, oppure (quando necessario) all’evitamento e alla fuga.
Può succedere che allo stato d’allarme non corrisponde un pericolo reale da affrontare e risolvere. In questi casi l’ansia diviene una risposta sproporzionata o irrealistica che disturba la persone, invece di essere elemento di spinta all’adattamento ambientale.
Se gli episodi ansiosi sono fastidiosi, ma gestibili, occasionali e di durata limitata nel tempo non ci si deve preoccupare.
Al contrario, è importante consultare uno specialista e intraprendere un trattamento specificoquando nervosismo, agitazione, paure immotivate o sintomi quali fisici tachicardia e vertigini  diventano molto intensi e persistenti al punto da impedire di svolgere le proprie attività quotidiane o interferire con le relazioni familiari, sociali o lavorative.
Si possono individuare diverse tipologie di disturbo d’ansia. Quelle di più frequente riscontro nella popolazione sono:

Disturbi dell’umore

La tristezza, la noia e, più in generale, il “sentirsi giù” sono emozioni comuni che tutti sperimentano nel corso della propria esistenza di fronte ad eventi o situazioni di perdita e di mancanza: lutti, separazioni, perdite, ricordi dolorosi, ecc. Le oscillazioni dell’umore sono risposte fisiologiche e, di fronte a queste situazioni, non tutti diventano depressi: solitamente, la maggior parte delle persone riesce nel tempo ad affrontare queste situazioni e quegli eventi senza cadere nella depressione.
La depressione, intesa come disturbo clinico, presenta una caduta del tono dell’umore che è assolutamente sproporzionato rispetto a qualsiasi causa esterna che possa averlo provocato. A questa caduta si associano, inoltre, altre sensazioni: vuoto, appiattimento emotivo, a volte mancanza di sentimenti e, quasi sempre, perdita della capacità di provar piacere in quelle cose che in precedenza davano piacere (anedonia).
Dal punto di vista clinico, quindi, la depressione è una malattia che conduce la persona a vivere un netto cambiamento del suo umore e del suo modo di vedere se stesso e il mondo.
I disturbi dell’umore possono esprimersi in due sostanziali modalità, a seconda dei sintomi con cui si presentano: come Disturbi Depressivi e come Disturbi Bipolari
Disturbi Depressivi, a loro volta, si differenziano in:
  • Disturbo Depressivo Maggiore. E’ la forma più ricorrente di depressione e comprende un quadro clinico di una certa gravità, caratterizzato da sintomi che interferiscono significativamente con le funzioni fisiologiche (sonno, appetito), con la capacità lavorativa e con la capacità di provare piacere nelle cose che prima davano piacere. La depressione maggiore è un disturbo episodico: si presenta, cioè, con episodi che hanno un inizio, un’evoluzione e una fine. Nel corso della vita un persona può avere un solo episodio depressivo maggiore oppure una serie più o meno numerosa di episodi depressivi maggiori (in questi casi, si parla di Depressione Maggiore Ricorrente).
  • Disturbo Distimico. E’ una forma di depressione di minore gravità rispetto alla Depressione Maggiore, ma presente un andamento protratto (oltre due anni). I sintomi depressivi non sono invalidanti, anche se rendono il funzionamento della persona più faticoso e meno gratificante. Nel corso della Distimia possono manifestarsi anche episodi di Depressione Maggiore.

Disturbi Bipolari sono disturbi caratterizzati dal’alternanza di Episodi Depressivi Maggiori edEpisodi Maniacali (Disturbo Bipolare I) o Ipomaniacali (Disturbo Bipolare II). Depressione e Mania possono essere considerati due polarità della stessa malattia. La depressione è, infatti, caratterizzata da umore depresso, perdita di interessi e di piacere, rallentamento psicomotorio, pessimismo, indecisione, sentimenti di colpa, ecc. La mania è, invece, caratterizzata da sintomi di segno opposto, quali euforia, eccitamento psicomotorio, dispersione di interessi ed energie, ottimismo ingiustificato, ipervalutazione di sé e delle proprie capacità, ecc. La mania, con maggiore frequenza rispetto alla depressione, può comportare la perdita delle capacità di giudizio e disinibizioni del comportamento sociale al punto da provocare problemi gravi o imbarazzanti (ad esempio, scelte economico-finanziarie assurde, comportamenti sessuali bizzarri, ecc.).

venerdì 16 maggio 2014

IL BAMBINO CONSUMISTA

Il bambino consumista! Detto così sembra che stiamo parlando di un essere che utilizza tutto il suo potere e la sua scelta decisionale per essere un consumista. In realtà non è così. Il bambino non può essere consumista se non è indotto ad esserlo, per vari motivi. Il primo è che, anche se ha una sua capacità decisionale fin dai primi giorni di vita, utilizza questa per scelte di sopravvivenza e non certo per scelte filosofiche o in questo senso, di vita. Inoltre perché, proprio per la sua sopravvivenza, sono fondamentali le figure di mamma e papà, tutto ciò che loro fanno e tutto ciò che loro indicano è giusto fare. Se mamma e papà, o chi per loro, non sono soddisfatti di me e del mio modo di essere, io rischio l’abbandono e per il bimbo abbandono equivale alla morte.
Ma parlando di consumismo non si può non parlare di “oggetti”; anche la psicologia ne parla, seppur in modo diverso. L’”oggetto” d’amore e di desiderio per il bambino è la propria madre e quindi il suo amore. Passata una prima fase in cui è giusto che mamma e bambino siano in simbiosi, il bambino deve imparare ad avere dei suoi spazi e dei suoi momenti. È questo il motivo di massima che fa dire a tanti pedagogisti di lasciare che il bambino a volte pianga anche un po’ da solo nella culla e nel lettino e inizi a capire di cosa ha bisogno, a gestire la frustrazione e ad auto-consolarsi  (magari gorgheggiando, canticchiando, coccolandosi…). Se noi interponiamo a tutte queste fasi  continuamente la presenza di un oggetto esterno, inanimato e onnipresente, facciamo in modo che il bambino non superi  queste fasi nel modo più naturale possibile. Ad esempio, l’ansia di esserci o non esserci della madre può cercare un oggetto consolatorio di cui il bambino non ha bisogno e sviluppare in lui, invece una “dipendenza dell’avere”. Crescendo imparerà che vale chi ha e non chi prova, gestisce, crea, esprime e rinuncia. Lo sviluppo dell’identità del sé non passa attraverso” l’oggetto mamma”, ma i suoi surrogati di plastica e altro. Da questo alla dipendenza il passo è breve. Non aver imparato a gestire la frustrazione provoca una confusione del Sé: non si sa bene più chi si è e di che cosa si ha realmente bisogno, e in particolar modo nei momenti in cui si passano naturalmente alcune crisi dovute all’età, ad esempio durante l’adolescenza o in età adulta, in momenti particolarmente stressanti e di transizione, si ricerca la propria identità attraverso il possesso di un oggetto, magari di moda, in modo da ricercare anche l’accettazione del gruppo, della società e quindi il suo riconoscimento.
La scienza psicologica guida i pubblicitari nella scelta dei colori, immagini e suoni per guidare le nostre scelte, ma ci aiuta anche a uscire da una situazione di dipendenza dal consumismo. La psicologia del ragionamento e della decisione è un tipo di psicologia che consente  di comprendere le strategie della decisione del consumatore nei suoi aspetti non logici, evidenziando le differenze rispetto ad un processo logico. Queste differenze rendono conto del come il consumatore possa difendere per esempio scelte di acquisto irragionevoli sul piano logico (cambiare automobile quando quella che ha funziona ancora bene); ci aiuta a comprendere i processi di autogiustificazione per legittimare scelte non sostenibili su un piano meramente pratico o di vantaggio economico.

Alla fine mi viene da concludere che un bambino di oggi potrà essere un consumatore più o meno responsabile a secondo il modo in cui  noi adulti sappiamo gestire o meno le nostre ansie, anche nei loro confronti.