Visualizzazione post con etichetta consapevolezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta consapevolezza. Mostra tutti i post

giovedì 15 luglio 2021

LO PSICOLOGO E IL LUTTO

Lo psicologo aiuta la persona a mettere in atto il rituale di separazione che spesso è stato saltato: ad esempio andare al cimitero, scrivere una lettera al proprio caro che non c’è più, dicendo tutto ciò che non è stato detto prima, o anche per liberarsi da giuramenti o promesse che sono state fatte e che vanno sciolte.

La persona viene aiutata a esprimere tutte le emozioni, i pensieri, i sentimenti che prova.

Il professionista invita il paziente a lasciar andare la persona amata con un ringraziamento per tutti i momenti vissuti insieme e per trasformare la tristezza in gratitudine.

Infine, si porta la persona a riscoprire la propria forza interiore, le proprie risorse e nuove motivazioni per continuare a vivere.

Tuttavia, è bene ricordare che la reazione al lutto è personale ed è influenzata sia dalla propria personalità, sia dalle circostanze che hanno portato alla morte. Infatti, un conto è accettare una morte naturale per vecchiaia, un altro è confrontarsi con il dolore per la morte improvvisa di un coniuge troppo giovane, di un figlio, o una morte per omicidio o un suicidio. Inoltre, è determinante la rete di relazioni e di aiuto che si ha a disposizione nel contesto familiare, amicale e sociale.


Se manca una rete di supporto sarà più facile cadere nella trappola della solitudine, della rassegnazione, della depressione che condurranno ad un lutto irrisolto.

venerdì 8 gennaio 2016

EMOZIONI E MENTE (SECONDA PARTE)

Questo articolo è stato realizzato insieme a Rosy Cervellera,
Consulente di Prevenzione Naturale, con cui collaboro per poter dare un servizio di Salute psico-fisica completo.
Quali pensieri colorano le vostre giornate e nottate?
Quanto le emozioni condizionano i pensieri convogliandoli in una certa direzione, desiderabile o insopportabile?
Chi di noi, non si è mai sentito imprigionato dai propri pensieri ricorrenti. È come essere chiusi in prigione e non poter vedere nient’altro che quelle quattro mura, i vari toni di grigio, le irregolarità e i segni del tempo ora dopo ora, giorno dopo giorno.
Gli stessi pensieri si ripetono ancora e ancora e ancora, incessantemente.
Anche se vorremmo pensare ad altro, anche se vorremmo dormire, anche se vorremmo dirci che andrà tutto bene, che non c’è niente di orribile là fuori, non ci riusciamo.
I pensieri, l’energia della mente, influenzano direttamente il modo in cui il cervello fisico controlla i processi fisiologici del corpo. L’energia del pensiero può attivare oppure inibire le proteine che attivano le funzioni della cellula attraverso i meccanismi dell’interferenza costruttiva e distruttiva.
mente assente
Per questo, quando ho fatto il primo passo verso il cambiamento della mia vita, ho dovuto controllare attivamente dove impiegavo la mia energia cerebrale.
La PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) rappresenta la dimostrazione scientifica della visione olistica dell’essere umano. L’olismo, dal greco holon= considera tutto l’essere umano come un insieme di parti e delle relazioni che si sviluppano tra di esse.La PNEI è una chiave di lettura della malattia e dei collegamenti tra zone del corpo anche apparentemente lontane.

E’ la base scientifica del modello di cura “Mente-Corpo”: i pensieri, le emozioni, gli stili di vita influenzano direttamente le cellule e gli organi, rafforzano o indeboliscono il sistema immunitario, il sistema ormonale e il sistema nervoso.


A partire dagli studi di Selye sullo stress, nel 1936, era nata una nuova generazione di studi scientifici che avevano poi condotto alla definizione della PNEI. Grazie a questi studi si è giunti alla comprensione che bisogna “abbandonare lo sguardo dell’anatomista che, da secoli, taglia e separa l’organismo umano in compartimenti, edificando discipline scientifiche e pratiche cliniche non comunicanti tra loro.

Si sono identificati i collegamenti tra cervello, sistema endocrino e sistema immunitario. Adesso i canali di collegamento tra psiche e soma e le molecole mediatrici di questo rapporto (neuropeptidi) sono state identificate.” (daPsiconeuroendocrinoimmunologia di F. Bottacioli).
E, ancora, che “I neuropeptidi sono come pensieri trasformati in materia.” (da Molecole di Emozioni di Candace Pert).
Gli studi della PNEI dimostrano che “non possiamo più attribuire alle emozioni e agli atteggiamenti mentali minore validità che alla sostanza fisica, anzi, dobbiamo considerarli segnali cellulari che traducono le informazioni in realtà fisica, che trasformano letteralmente la mente in materia.” (Molecole di Emozioni).
Come agisce la mente?
La mente, intesa come unità pensante e percettiva diversa dal cervello, svolge un ruolo importante: quando noi pensiamo in un certo modo utilizziamo in quel modo le emozioni e, a livello biochimico, si attivano trasformazioni particolari che influenzano in maniera determinante la nostra biologia.

Per questo motivo, la mente può influenzare il corpo, e avere un ruolo determinante sia nel produrre una malattia, sia nella cura della stessa e nella tutela della salute.

I pensieri, le emozioni e i comportamenti interagiscono con le cellule e i tessuti, influenzando il sistema energetico: essi contribuiscono al malessere e alla malattia o, se adeguatamente trasformati, contribuiscono alla salute e alla gioia di vivere.

I neuroni si rinnovano: cambiare è possibile!

Un fondamentale approdo delle scoperte delle neuroscienze è la dimostrazione che il cervello è neuroplastico: ciò significa che si possono creare nuovi neuroni, nuove relazioni neurali e nuove mappe neurali in seguito all’esercizio di pensieri e immagini nuove.
mente e sorrisi
Questo processo di rinnovamento avvia cambiamenti profondi nel nostro modo di percepire la vita, nei nostri stati d’animo e nei nostri comportamenti, e può portarci all’incontro con la nostra identità profonda che restituisce un senso alla vita (chi sono, cosa voglio e come voglio vivere).
Finché c’è vita, il cambiamento è sempre possibile, basta rimanere aperti/e a nuovi stimoli di conoscenza.

lunedì 28 settembre 2015

MI ASCOLTI PER FAVORE?!?!


   
Quanto è difficile e allo stesso tempo importante per noi donne facci ascoltare dai nostri uomini?
 E allora pensiamo insieme a qualche trucchetto per renderci la comunicazione più facile:…

1.       Sappi che è più semplice per l’uomo ASCOLTARE MENTRE GUIDA, soprattutto se si sta andando verso una meta da lui amata o comunque piacevole. Funziona ancora di più se si sta andando da amici e parenti, proprio per il desiderio di essere e dimostrare che si è una coppia in cui c’è intesa.

2.       Non è un luogo comune, ma è scientifico: la donna è capace di seguire due conversazioni contemporaneamente, l’uomo no. Semplicemente perché il nostro cervello è fatto in modo diverso e usiamo entrambi gli emisferi celebrali mentre ascoltiamo. L’uomo invece usa solo la metà del suo cervello e per questo risulta più difficile rimanere concentrati su più concetti…quindi?? Una cosa alla volta, please!!

3.       L’attenzione massima dura 6 minuti! Quindi non ci perdiamo in lunghi discorsi e poemi… andiamo subito al sodo!!

4.       Andiamo subito al sodo e facciamoci una scaletta di priorità perché l’orario in cui noi siamo pronte a parlare sono le 8,20 della mattina, mentre loro sono pronti ad ascoltare alle 20,15 di sera!

5.       Riduciamo i nostri discorsi: il perché è semplice…li inondiamo di parole…le nostre al giorno sono 20.000, le loro 7.000. bisogna trovare insieme un equilibrio….

venerdì 25 settembre 2015

LO ZEN DEL RIORDINO...

AIUTO! SOFFOCO TRA I MIEI OGGETTI.

Ecco, non bisogna essere un personaggio del noto programma televisivo Sepolti In Casa per avere questa sensazione e quindi non avere una Sindrome di Accumulo Compulsivo…

Un’infinità di oggetti di ogni tipo (abbigliamento, libri, documenti, foto, apparecchi, ricordi…) ci sommergono all’interno di abitazioni e uffici sempre più piccoli e ci soffocano.

Col risultato che non troviamo mai quello che davvero ci serve.

E’ importante mettere  a punto un metodo che garantisce l’ordine e l’organizzazione degli spazi domestici… e insieme la serenità.

Infatti, ad esempio nella filosofia zen il riordino fisico è un rito che produce incommensurabili vantaggi spirituali: aumenta la fiducia in sé stessi, libera la mente, solleva dall’attaccamento al passato, valorizza le cose preziose, induce a fare meno acquisti inutili.

Rimanere nel caos significa invece voler allontanare il momento dell’introspezione e della conoscenza.

E se mentre puliamo ne approfittiamo per buttare o meglio….riciclare.


Quello che è zavorra per noi sarà utile per altri e a noi farà tanto bene…donare…

martedì 20 maggio 2014

LA DISLESSIA, PROBLEMA PER I GENITORI, PER GLI INSEGNANTI, MA SOPRATTUTTO SOFFERENZA PER I BAMBINI

 Che cosa è la dislessia?La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento e i  bambini che ne soffrono hanno un’ intelligenza nella norma o brillante, senza  problemi neuro-sensoriali e non vivono in ambienti  socio-culturali con problemi. Purtroppo è una situazione presente sin dalla nascita, ma si evidenzia solo all’inizio del percorso scolastico: dopo i primi due anni della scuola primaria, solitamente, le abilità della lettura e della scrittura sono acquisite…ma così non è per i bambini dislessici. Inoltre si presentano una serie di disturbi e problematiche che accompagnano questa situazione:
*Disturbi nell’organizzazione dello spazio
*Disturbi del linguaggio
*Disturbi nella coordinazione motoria
*Disturbi nell’esecuzione di procedure
*Disturbi nella memoria di lavoro
*Disturbi dell’attenzione e iperattività
*Disturbi del comportamento e della condotta
Dal sito dell’Associazione Italiana Dislessia si hanno molti elementi interessanti:
innanzitutto l’Associazione ci aiuta a capire come questa si può affrontare in una prima fase. Infatti quando qualcuno (genitore o insegnante) sospetta di trovarsi di fronte ad un bambino dislessico è importante che venga fatta, al più presto, una valutazione diagnostica. La diagnosi deve essere eseguita da specialisti esperti, mediante specifici test e permette di capire che cosa sta succedendo ed evitare gli errori più comuni, come colpevolizzare il bambino ("non impara perché non si impegna") e l'attribuire la causa a problemi psicologici, errori che determinano sofferenze e  frustrazioni. Il professionista redigerà  un referto scritto indicando il motivo dell'invio, i test utilizzati e la diagnosi conclusiva. Ottenuta la diagnosi si possono mettere in atto aiuti specifici, tecniche di riabilitazione e di compenso, nonché alcuni semplici provvedimenti della modifica della didattica a favore dei ragazzi dislessici e contenute nelle direttive Ministeriali, come ad esempio dare  di tempi più lunghi per lo svolgimento di compiti, l'uso della calcolatrice e/o del computer, anche durante gli esami.
Credo che  cosa fondamentale da ricordare, per tutti è che dislessici hanno un diverso modo di imparare ma comunque imparano.Spesso i genitori hanno difficoltà a riconoscere i segnali, perché questo è emotivamente molto difficile da affrontare: a volte attribuiscono le difficoltà alla scarsa volontà e scarso impegno (“II bambino è pigro e svogliato”); gli insegnanti possono mostrare disappunto e impazienza diventando più severi e la famiglia viene coinvolta e sente pesante il problema dei compiti a casa. Purtroppo a volte  vi sono classi che vivono il bambino dislessico come un vero e proprio problema, colui che ostacola il normale andamento didattico. Spesso la scuola di fronte a un bambino con problemi, adduce la causa a pigrizia collegando questo stato a motivi di carattere familiare con situazioni spesso assurde, irrealistiche e inappropriate rispetto alle reali dinamiche . Può capitare che alcuni insegnanti  assumano un atteggiamento negativo di fronte all’uso di materiali e strumenti compensativi specie l’uso del computer o altri strumenti tecnologici (rifiuto del PC in classe, o rifiuto di fare i compiti a casa con il PC, perché discriminerebbe i compagni) .Le dinamiche all’interno di una classe sono sempre molto complesse e al team di insegnanti non viene dato il giusto supporto e aiuto per affrontare anche questo .E quindi molte volte il bambino dislessico va incontro ad una richiesta cognitiva eccessiva .
Ma quale può essere una richiesta eccessiva per il bambino dislessico? Bisogna cercare di capirlo per potersi mettere nei suoi panni.  Ad esempio  leggere o scrivere una parola per un bambino con memoria a breve termine  e fare analisi fonemica è un compito per lui molto complicato, che appare invece facile per i compagni.
Fare un compito in cui sia necessario focalizzare l’attenzione su molti sotto-compiti , richiede proprio quei processi in cui lui non è sufficientemente automatizzato: lettura di parole lunghe, seguire una lezione alla lavagna, copiare alla lavagna, prendere appunti ; da qui possono crearsi confusione e disagio.
Tutto questo diventa  fattore di stress scolastico per il bambino dislessico.
 Proviamo a pensare come potrebbe essere per noi una mancanza ripetuta di soddisfazione:non finire in tempo, non avere la soddisfazione di far bene, di aver successo di fronte al compagno, se non di fronte alla classe intera, ricevere un giudizio negativo, la percezione del biasimo da parte dell’adulto. Da questo vissuto l’Immagine di sé   ne viene altamente compromessa e sono grandi I fattori di stress scolastico per il bambino dislessico.
 Sono quindi atteggiamenti da cercare di evitare il più possibile: sottoporre il bambino a molto stress tramite una didattica inappropriata; sottoporre il bambino a molti fallimenti in un contesto in cui dovrebbe riuscire a trovare gratificazione, ma che invece risulta umiliante, frustrante; dare giudizi negativi  specie sull’essere(non sufficiente, appena sufficiente, hai sbagliato, non fare il pigro, ti devi impegnare di più, non va per niente bene);non fare un’analisi attenta degli errori secondo le indicazioni diagnostiche fatte; sanzionare in termini di più compiti (rifai la scheda nell’intervallo); mostrare disinteresse per le sue difficoltà e le sue frustrazioni; non dargli l’ opportunità di mostrare i suoi ambiti di successo; utilizzare in classe modalità didattiche che favoriscono la competizione, paragoni, giudizio sociale relativo alle prestazioni scolastiche degli altri; avere un atteggiamento generale che valuta il bambino in termini di successo o meno a scuola o in una materia.
Perché dobbiamo avere tutte queste attenzioni? Perché altrimenti il bambino può andare incontro a degli stati emotivi molto forti, che portano a comportamenti di evitamento delle situazioni che gli fanno male e quindi della scuola: ansia, demoralizzazione, sintomi associati o secondari (mal di testa, mal di pancia), demotivazione, preoccupazione di far male o brutta figura, senso di incontrollabilità, solitudine, bassa autostima, aggressività, impulsività. Oggi, per fortuna la ricerca riconosce che i bambini con disturbo di apprendimento presentano come conseguenza problemi di tipo emotivo ( scarsa autostima, senso di colpa, problemi di socializzazione).
Il sentirsi fallimentare spinge il bambino ad auto-percepirsi come inappropriato e inadeguato, provocandogli un’enorme sofferenza che può manifestarsi dapprima come rabbia, aggressività , ritiro fino all’instaurarsi di veri e propri stati di ansia e depressione.
Percepirsi inadeguati è una sensazione straziante, che porta anche a reazioni di rabbia: fallimenti scolastici e frustrazione sarebbero la causa di comportamenti aggressivi, incrementati dai comportamenti inadeguati di genitori e insegnanti .La rabbia non sempre rivolta verso chi è responsabile direttamente ma più spesso verso la famiglia e in particolar modo verso la mamma. Inoltre bambini con DSA (questa è la sigla dei disturbi specifici dell’apprendimento, di cui la dislessia fa parte) soffrono di un rifiuto e di un isolamento sociale legato a uno o più fattori, come i problemi sul piano linguistico/comunicativo, le difficoltà nell’uso adeguato del linguaggio verbale, le scarse abilità sociali, la difficoltà a decodificare le informazioni offerte dagli altri, la possibile goffaggine, ma anche una difficoltà nell’interpretare il linguaggio corporeo ( che mi dà grandi indicazioni su cosa pensano gli altri).
 Tutto questo porta ad atteggiamento comunicativo passivo, uniformato al concetto di sé alla percezione che di loro hanno gli altri e all’’evitamento di certe esperienze o addirittura la fuga (quando non può farlo mette in atto altri comportamenti  a seconda dell’età come succhiarsi il pollice, mordersi le unghie,piangere, ecc..) Purtroppo questi bambini sono molto spesso convinti di essere poco intelligenti, cioè di possedere scarse capacità di riuscita in qualsiasi compito e quindi evitano ogni prestazione scolastica in quanto la loro motivazione è annullata.
Per tutti questi motivi capiamo che insegnanti e genitori giocano un ruolo determinante nel sostenere in un certo modo il bambino dislessico .Per riassumere prendiamo spunto nuovamente dall’Associazione Italiana Dislessia ci dà indicazioni su cosa possono fare i genitori:
- informarsi sul problema
- cercare una appropriata valutazione diagnostica
- discutere del problema con gli insegnanti
- aiutare il bambino nelle attività scolastiche (leggere ad alta voce)
- utilizzare strumenti alternativi alla pura lettura (cassette, cd, video, computer)
Cosa possono fare gli insegnanti:
- riconoscere e accogliere realmente la "diversità";
- parlare alla classe e non nascondere il problema;
- spiegare alla classe le diverse necessità dell'alunno dislessico e il perché del diverso trattamento;
- collaborare attivamente con i colleghi per garantire risposte coerenti al problema;
- comunicare con i genitori
Le cose da non fare:
- far leggere il bambino a voce alta
- ridicolizzarlo
- correggere tutti gli errori nei testi scritti
- dare liste di parole da imparare
- farlo copiare dalla lavagna
- farlo ricopiare il lavoro già svolto, perché scorretto o disordinato
- paragonarlo ad altri 

lunedì 2 settembre 2013

Mindfulness…ovvero VOGLIO STARE QUI E VOGLIO STARE BENE!


Il termine mindfulness significa consapevolezza. Il concetto, nel senso in cui lo conosciamo noi oggi, venne utilizzato per la prima volta da Budda oltre duemilacinquecento anni fa.
Budda suggerì di ri-apprendere a mettersi in contatto con la propria esperienza diretta senza la mediazione delle parole. L'esercizio regolare della mindfulness aiuta dunque a superare la tendenza a creare giudizi e preconcetti (buono, cattivo, giusto, sbagliato, etc.) per riappropriarsi della esperienza diretta, senza pregiudizi, senza chiusure, senza negazioni, senza rifiuti.
Secondo la definizione corrente data in ambito scientifico, il termine “mindfulness” si riferisce dunque ad una attenzione consapevole, intenzionale e non giudicante della propria esperienza. Indica il bisogno di  scegliere le nostre azioni e le direzioni da prendere in virtù dei nostri valori e di ciò che riteniamo più importante per noi stessi.
Questo concetto è alla base degli interventi psicoterapeutici basati sulla mindfulness.
La causa principale della sofferenza, infatti, consiste nell'assumere l'atteggiamento opposto, cioè nel rifiutare alcune emozioni e nel farsi guidare da automatismi inconsapevoli nell'azione.
La mindfulness è composta da una serie di  veri e propri esercizi o meditazioni formalizzate. Molti studi dimostrano che la pratica costante di tali esercizi o “meditazioni” ha profondi effetti sulla salute fisica e mentale.
Ciò si realizza attraverso tre abilità fondamentali che vengono apprese e coltivate con la pratica quotidiana:

  • Apprendere ad ancorarsi al momento presente, invece di essere coinvolti dalle emozioni catastrofiche, depressive o di bisogno compulsivo.
  • Apprendere a riconoscere i pensieri in quanto tali, e a non considerarli dati di fatto.
  • Superare la tendenza all’evitamento esperenziale, caratterizzato da atteggiamenti di fuga e di rifiuto nei confronti dei propri pensieri, emozioni e sensazioni fisiche. Questo obiettivo è correlato alla consapevolezza di poter scegliere le proprie azioni, e su cosa applicare il nostro impegno. Da questo punto di vista, la mindfulness è un potente stimolo in direzione dei propri valori personali e dunque alla esposizione alle situazioni e circostanze generalmente evitate.