giovedì 1 ottobre 2026

PICCOLO VADEMECUM PER RIPRENDERSI IL TEMPO...E SE TORNASSIMO NEGLI ANNI 90?

 Perché ormai vorremmo tornare tutti negli anni 90?

E soprattutto come fare?

Questo mio piccolo vademecum inizia dalla sensazione di avere veramente troppi stimoli al giorno d'oggi e,un po' per gioco, immaginare di ritornare indietro nel tempo.

non tanto “tornare indietro”, ma recuperare un ritmo più umano, meno saturo e meno reattivo. Gli anni ’90 non erano perfetti, ma avevano alcune caratteristiche preziose: meno stimoli continui, più presenza reale, più noia (che in realtà è fertile).

Ti propongo un approccio pratico, diviso tra sociale e personale, con un focus chiaro su cosa togliere e cosa reintrodurre.



1. Dal punto di vista personale

🔻 Cosa togliere (o ridurre drasticamente)

Connessione continua

Notifiche, scrolling infinito, bisogno di rispondere subito.

Multitasking digitale

Fare 5 cose insieme (chat, video, email) crea stress latente.

Sovraccarico informativo

Troppe notizie, opinioni, contenuti → senso di urgenza costante.

Dopamina veloce

Social, reel, contenuti brevi → riducono la capacità di concentrazione.


🔺 Cosa immettere

Monotasking

Fare una cosa per volta: leggere, cucinare, camminare senza distrazioni.

Tempi morti veri

Aspettare senza telefono, guardarsi intorno, pensare.

Attività analogiche

leggere libri cartacei

scrivere a mano

ascoltare musica senza fare altro

Routine lente

colazione senza schermi

passeggiata quotidiana

rituali serali semplici

Regola chiave: meno stimoli, più profondità.




2. Dal punto di vista sociale


🔻 Cosa togliere

Relazioni “always on”

Chat continue che svuotano invece di nutrire.

Confronto sociale costante

Social network → paragoni → ansia.

Eventi eccessivi o forzati

Troppe uscite, troppe persone, poco senso.


🔺 Cosa immettere

Relazioni più intenzionali

vedere meno persone, ma meglio

conversazioni lunghe e senza telefono

Ritrovi semplici

cene in casa

passeggiate

bar tranquilli invece di locali caotici

Comunicazione più lenta

non rispondere subito

telefonate invece di messaggi infiniti

Negli anni ’90 le relazioni erano meno frequenti, ma più dense.




3. Cambiamento mentale (fondamentale)

Questo è il punto più importante.

Passaggi chiave:

Accettare la lentezza

Non tutto deve essere immediato.

Tollerare la noia

È da lì che nasce creatività e calma.

Ridurre il senso di urgenza

Quasi nulla è davvero urgente.

Recuperare confini

lavoro ≠ tempo libero

online ≠ sempre disponibili


Esempio pratico (giornata “anni ’90 style”)

Mattina: niente telefono per la prima ora

Lavoro/studio: blocchi di concentrazione senza interruzioni

Pausa: passeggiata senza audio

Pomeriggio: una sola attività alla volta

Sera:

telefonata o incontro reale

libro o musica

zero scrolling prima di dormire


In sintesi

Togliere:

iperconnessione

velocità

sovraccarico

confronto continuo

Immettere:

lentezza

presenza

relazioni profonde

attività analogiche


giovedì 23 luglio 2026

Staycation: la psicologia delle vacanze a casa. Perché restare può fare bene alla mente

 Per molti anni abbiamo associato l'idea di vacanza a un viaggio, a una meta lontana e alla necessità di "staccare" cambiando luogo. Oggi, però, sta prendendo sempre più piede un modo diverso di vivere il tempo libero: la staycation, un termine inglese nato dall'unione delle parole stay (restare) e vacation (vacanza), che indica la scelta di trascorrere le ferie a casa o nei propri dintorni, senza affrontare lunghi spostamenti.


Sebbene per alcuni possa rappresentare una necessità economica o organizzativa, la staycation può trasformarsi in un'esperienza psicologicamente ricca, capace di offrire benefici spesso sottovalutati. La psicologia ci insegna, infatti, che il benessere non dipende tanto dalla distanza percorsa, quanto dalla qualità del riposo, dalla libertà di scegliere come impiegare il proprio tempo e dalla possibilità di interrompere davvero la routine quotidiana.

Il vero significato della vacanza

Dal punto di vista psicologico, una vacanza non coincide necessariamente con il viaggio. Ciò che il cervello ricerca è soprattutto una pausa dalle richieste abituali, un periodo in cui diminuire lo stress, recuperare energie e dedicarsi ad attività che generano piacere e senso di libertà.

Cambiare città può certamente favorire questo processo, ma non è una condizione indispensabile. Anche restando a casa è possibile creare uno spazio mentale diverso dalla quotidianità, a patto che il tempo venga vissuto con intenzionalità e non come un semplice prolungamento dei giorni lavorativi.

Le risorse psicologiche della staycation

1. Riduce lo stress organizzativo

Ogni viaggio richiede pianificazione, prenotazioni, bagagli, orari da rispettare e gestione degli imprevisti. Tutto questo comporta un notevole carico cognitivo.

Scegliere di restare a casa permette di eliminare gran parte di queste fonti di stress, lasciando più spazio al rilassamento autentico. Il cervello non deve continuamente monitorare tempi, spostamenti e decisioni logistiche, potendo così recuperare più rapidamente energie mentali.



2. Favorisce un recupero mentale più profondo

Le ricerche sulla psicologia del recupero mostrano che il benessere nasce quando possiamo interrompere davvero le richieste lavorative e recuperare attenzione, concentrazione ed energie emotive.

Durante una staycation è possibile seguire ritmi più naturali: dormire quanto serve, leggere senza fretta, passeggiare, dedicarsi ai propri interessi o semplicemente concedersi momenti di inattività, condizioni fondamentali per il recupero psicologico.

3. Restituisce il senso di autonomia

Uno dei bisogni fondamentali individuati dalla psicologia è quello di sentirsi liberi di scegliere.

Le vacanze tradizionali, spesso scandite da programmi rigidi, orari e prenotazioni, possono ridurre questa percezione di libertà. La staycation, invece, offre una maggiore spontaneità: cambiare programma all'ultimo momento, improvvisare una giornata diversa o decidere semplicemente di non fare nulla rappresentano esperienze che aumentano il senso di controllo sulla propria vita.




4. Permette di rallentare davvero

Molte persone tornano dalle vacanze raccontando di aver "corso per vedere tutto".

La staycation invita invece a riscoprire il valore della lentezza. Camminare senza meta, osservare il quartiere con occhi nuovi, leggere in giardino o sorseggiare un caffè senza guardare continuamente l'orologio diventano piccoli esercizi di presenza mentale.

Questo rallentamento favorisce una riduzione dell'attivazione fisiologica legata allo stress e migliora la capacità di vivere il momento presente.

5. Aiuta a coltivare la mindfulness

Restare vicino ai propri luoghi abituali offre un'opportunità particolare: osservare ciò che normalmente passa inosservato.

Un tramonto visto dal balcone, il rumore degli alberi, una passeggiata nel parco sotto casa o una colazione preparata con calma diventano occasioni per allenare l'attenzione consapevole.

La mindfulness, infatti, non richiede luoghi esotici, ma la capacità di essere presenti nell'esperienza.

6. Rafforza il rapporto con la propria casa

Spesso viviamo la casa come un luogo di passaggio: si entra, si dorme, si riparte.

Durante una staycation può diventare uno spazio di cura e benessere.

Riordinare un ambiente, creare un angolo lettura, dedicarsi alle piante, cucinare con calma o trasformare il balcone in uno spazio rilassante aumenta il senso di comfort e appartenenza, fattori che favoriscono il benessere emotivo.

7. Consente di riscoprire il proprio territorio

La nostra mente tende ad attribuire valore a ciò che è lontano e a trascurare ciò che conosce già.

La staycation invita invece a diventare turisti della propria città: visitare un museo mai visto, esplorare un sentiero vicino, provare un ristorante diverso o partecipare a eventi locali.

La novità, anche se vicina, stimola curiosità, emozioni positive e flessibilità cognitiva.






8. Favorisce relazioni più autentiche

Non dovendo rispettare programmi di viaggio, è più facile dedicare tempo alle persone significative.

Una cena con amici, una passeggiata con i genitori, un picnic con i figli o semplicemente una lunga conversazione possono soddisfare il bisogno di connessione, uno dei principali fattori protettivi del benessere psicologico.

9. Riduce il confronto sociale

Sui social media l'estate è spesso raccontata attraverso immagini di mete spettacolari e vacanze perfette.

La staycation può rappresentare un'occasione per uscire dalla logica del confronto continuo e riportare l'attenzione sulla qualità della propria esperienza, invece che sull'apparenza.

Il benessere non coincide con la destinazione più lontana, ma con il significato personale attribuito al tempo vissuto.

10. Stimola creatività e interessi personali

Quando il ritmo rallenta, la mente ha finalmente spazio per ciò che durante l'anno viene continuamente rimandato.

Leggere, dipingere, scrivere, fotografare, imparare una nuova ricetta, dedicarsi al giardinaggio o suonare uno strumento diventano attività capaci di aumentare il senso di competenza, soddisfazione e autorealizzazione.

Attenzione: restare a casa non basta

La staycation non è semplicemente "non partire". Se le ferie vengono riempite di faccende domestiche, lavoro arretrato, commissioni e continue richieste, il cervello non percepisce alcuna reale interruzione della routine.

Per essere davvero rigenerante è utile stabilire alcuni confini:

- sospendere il più possibile gli impegni lavorativi;
- limitare la consultazione continua di e-mail e notifiche;
- programmare attività piacevoli senza riempire ogni momento;
- concedersi tempi morti senza sensi di colpa;
- introdurre piccoli elementi di novità nelle giornate.

Una nuova idea di benessere

La cultura contemporanea tende spesso ad associare la felicità all'eccezionalità: luoghi lontani, esperienze straordinarie, fotografie perfette.

La psicologia suggerisce invece una prospettiva diversa: il benessere nasce soprattutto dalla qualità dell'esperienza, dalla possibilità di rallentare, recuperare energie, sentirsi liberi e vivere relazioni significative.

In quest'ottica, la staycation non rappresenta una "vacanza di serie B", ma un modo diverso di prendersi cura di sé. Quando viene scelta con consapevolezza, può diventare un prezioso esercizio di equilibrio psicologico, aiutandoci a riscoprire che, a volte, il luogo migliore in cui ritrovare noi stessi è molto più vicino di quanto immaginiamo.

mercoledì 15 luglio 2026

Soft Life: l'arte di vivere bene senza rincorrere sempre qualcosa

 Per molto tempo ci è stato insegnato che una vita di successo coincide con una vita piena. Piena di impegni, di obiettivi, di risultati da raggiungere e di traguardi da mostrare. Essere sempre occupati è diventato quasi un simbolo di valore personale.

 Eppure, negli ultimi anni, sempre più persone stanno mettendo in discussione questa convinzione, scegliendo un approccio diverso: la Soft Life.

Più che una moda, la Soft Life rappresenta un cambiamento di prospettiva. Non significa rinunciare alle proprie ambizioni, ma imparare a perseguirle senza sacrificare il proprio equilibrio psicologico. È uno stile di vita che mette al centro il benessere, la serenità e la qualità dell'esperienza quotidiana, riconoscendo che una mente riposata è spesso anche una mente più creativa, lucida ed efficace.

Uscire dalla trappola della produttività continua



La cultura della performance ci ha abituati a credere che il nostro valore dipenda da quanto produciamo. Quando non stiamo facendo qualcosa di utile, possiamo persino provare un senso di colpa. In psicologia questo meccanismo è legato alla tendenza a identificare il proprio valore con i risultati ottenuti, anziché con ciò che si è.

La Soft Life propone un'alternativa: riconoscere che il riposo non è una ricompensa da concedersi solo dopo aver esaurito tutte le energie, ma un bisogno fondamentale. Il cervello, infatti, ha bisogno di pause per consolidare i ricordi, regolare le emozioni e recuperare le risorse attentive.

 Fermarsi non significa perdere tempo: significa permettere alla mente di rigenerarsi.


L'autocura come investimento, non come lusso

Prendersi cura di sé viene spesso interpretato come qualcosa di superfluo o egoistico. In realtà, la ricerca psicologica mostra che dedicare tempo ad attività piacevoli, agli hobby, al movimento e al riposo favorisce una migliore regolazione dello stress e aumenta la resilienza.

L'autocura non consiste soltanto nel concedersi un momento di relax, ma nel costruire una quotidianità che rispetti i propri bisogni. Dormire a sufficienza, coltivare relazioni significative, dedicare tempo a ciò che appassiona e ascoltare i segnali del proprio corpo sono gesti semplici che rafforzano il benessere mentale nel lungo periodo.


Il potere di dire "no"

Uno degli aspetti più difficili della Soft Life è imparare a stabilire confini sani. Molte persone temono che dire di no possa deludere gli altri o compromettere le relazioni. Tuttavia, ogni sì pronunciato per obbligo rischia di trasformarsi in un no rivolto a sé stessi.

Dal punto di vista psicologico, i confini personali rappresentano uno strumento di tutela emotiva. Proteggono il tempo, le energie e la salute mentale. Dire di no a un impegno eccessivo non significa essere egoisti, ma riconoscere che le proprie risorse sono limitate e meritano di essere utilizzate con consapevolezza.



Ritrovare il piacere delle piccole cose

La Soft Life invita anche a recuperare una capacità che spesso perdiamo nella frenesia: assaporare il momento presente.

Il nostro cervello tende naturalmente a concentrarsi su ciò che manca o su ciò che deve ancora accadere. Questo meccanismo è stato utile per la sopravvivenza, ma oggi può mantenerci in uno stato di costante tensione. Allenare l'attenzione verso le esperienze piacevoli della quotidianità contribuisce invece ad aumentare il senso di soddisfazione e a ridurre lo stress.

Una colazione senza fretta, una passeggiata, una conversazione autentica, il profumo del caffè o il silenzio di una sera estiva possono diventare piccole esperienze di benessere, se vengono vissute con presenza e senza la pressione di dover essere sempre produttivi.


Tre esercizi mentali per coltivare una Soft Life

1. La domanda del filtro

Prima di accettare un nuovo impegno, fermati qualche secondo e chiediti:

"Questa scelta mi dà energia o me la toglie?"

Non esiste una risposta giusta o sbagliata. L'obiettivo è imparare ad ascoltare il proprio stato interno prima di rispondere automaticamente. Con il tempo, questo semplice filtro aiuta a prendere decisioni più coerenti con i propri bisogni.

2. Il diario delle piccole gioie

Ogni sera annota tre momenti piacevoli della giornata, anche molto semplici.

Potrebbero essere un sorriso ricevuto, una pausa al sole, una telefonata con una persona cara o una sensazione di calma.

Questo esercizio allena il cervello a riconoscere più facilmente le esperienze positive, contrastando la naturale tendenza a concentrarsi soprattutto sui problemi.

3. Il permesso di rallentare

Dedica ogni giorno cinque minuti a non fare nulla di produttivo.

Niente telefono, niente lavoro, niente lista delle cose da fare. Siediti, osserva ciò che ti circonda e porta l'attenzione al respiro, ai suoni e alle sensazioni del corpo.

All'inizio potresti provare una certa irrequietezza: è normale. Con la pratica, questo spazio diventa un piccolo allenamento alla presenza mentale e alla capacità di rallentare senza sentirsi in colpa.

Una vita più morbida, non una vita meno ricca

Scegliere la Soft Life non significa vivere senza responsabilità né smettere di avere obiettivi. Significa riconoscere che il benessere non nasce solo dai risultati raggiunti, ma anche dal modo in cui percorriamo la strada.

Una vita "morbida" è una vita che lascia spazio al recupero, alle emozioni, alle relazioni e al piacere delle piccole cose. È una scelta di equilibrio, che permette di prendersi cura della propria salute mentale senza rinunciare ai propri sogni. Perché il vero successo, forse, non è riuscire a fare tutto, ma riuscire a vivere bene ciò che scegliamo di fare.



venerdì 10 luglio 2026

Perché i social mi prosciugano le energie? La psicologia spiega perché ci sentiamo così stanchi dopo averli usat


Ti è mai capitato di aprire Instagram o TikTok "solo per cinque minuti" e ritrovarti, mezz'ora dopo, con la testa pesante, poca concentrazione e la sensazione di essere completamente svuotato?

Se la risposta è sì, sappi che non sei il solo. E soprattutto non significa che sei pigro, poco motivato o incapace di gestire il tuo tempo. Quella sensazione di affaticamento mentale ha un nome: social media fatigue, cioè affaticamento da social media.

Negli ultimi anni la psicologia e le neuroscienze hanno iniziato a studiare sempre più da vicino questo fenomeno, mostrando come il nostro cervello reagisca a una quantità di stimoli per cui, semplicemente, non è stato progettato.


Un cervello sommerso dagli stimoli

Ogni volta che scorri il feed, il tuo cervello passa in pochi secondi da una notizia di cronaca a una ricetta, da un video divertente a un contenuto emotivo, da una pubblicità alle vacanze perfette di qualcuno.

Questo continuo cambio di argomento richiede un enorme lavoro di elaborazione. La memoria di lavoro, cioè quella parte della mente che ci permette di mantenere l'attenzione e organizzare le informazioni, viene continuamente sollecitata fino a raggiungere un vero e proprio sovraccarico cognitivo.

È un po' come avere decine di persone che parlano contemporaneamente nella stessa stanza: dopo un po' la mente si affatica.


La trappola della dopamina

Ogni notifica, ogni "mi piace", ogni nuovo contenuto rappresenta una piccola ricompensa per il cervello.

Queste ricompense attivano il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto nella motivazione, nell'apprendimento e nell'anticipazione del piacere. Il problema non è la dopamina in sé, ma la continua alternanza di picchi di stimolazione.

Quando il cervello viene bombardato da continue ricompense, può diventare più difficile provare interesse per attività più lente e meno immediate, come leggere un libro, studiare, lavorare o semplicemente stare in silenzio. Da qui nasce quella sensazione di vuoto, scarsa motivazione e stanchezza mentale che molte persone descrivono dopo aver trascorso molto tempo online.


Il confronto che consuma energia

Anche quando non ce ne accorgiamo, mentre scorriamo i social il nostro cervello confronta continuamente la nostra vita con quella degli altri.

Vediamo corpi perfetti, successi professionali, relazioni felici, viaggi, case da sogno. Razionalmente sappiamo che si tratta di contenuti selezionati e spesso filtrati, ma emotivamente il confronto continua ad avvenire.

Questo processo può alimentare sentimenti di inadeguatezza, insicurezza e frustrazione. Emozioni che richiedono molta energia psicologica e che, nel tempo, possono contribuire alla sensazione di esaurimento emotivo.

La paura di perdersi qualcosa

Molti controllano il telefono senza nemmeno rendersene conto.

Dietro questo gesto automatico spesso si nasconde la cosiddetta FOMO (Fear of Missing Out), la paura di perdere informazioni, occasioni o esperienze importanti.

Questa costante sensazione di dover essere aggiornati mantiene il sistema nervoso in uno stato di vigilanza continua. Anche quando il corpo è fermo sul divano, la mente rimane "accesa", pronta a ricevere il prossimo stimolo.


Perché è così difficile smettere di scorrere?

Non è una questione di forza di volontà.

Le piattaforme digitali sono progettate per mantenere la nostra attenzione il più a lungo possibile. Lo scrolling infinito, i video che partono automaticamente e gli algoritmi che selezionano contenuti sempre più coinvolgenti riducono le occasioni in cui il cervello potrebbe fermarsi spontaneamente.

Così continuiamo a scorrere anche quando siamo già stanchi, nella speranza inconsapevole che il contenuto successivo sia quello davvero interessante.

Anche il sonno ne risente

Molte persone concludono la giornata guardando i social direttamente a letto.

Oltre alla stimolazione mentale, gli schermi emettono luce blu che può interferire con la produzione di melatonina, l'ormone che regola il ritmo sonno-veglia. Se il cervello rimane attivato fino a pochi minuti prima di dormire, addormentarsi può diventare più difficile e il riposo meno ristoratore.

Il risultato? Ci si sveglia già stanchi, alimentando un circolo vizioso.

Come proteggere le proprie energie mentali

La soluzione non è demonizzare i social media. Sono strumenti preziosi per informarsi, comunicare e creare relazioni. Il punto è imparare a usarli senza lasciare che siano loro a usare noi.






Alcune strategie possono fare una grande differenza:

- imposta un limite di tempo quotidiano per le app che utilizzi di più;
- disattiva le notifiche non indispensabili, così da ridurre le continue interruzioni;
- fai pause regolari durante la giornata, allontanando lo sguardo dagli schermi e concedendo al cervello momenti di recupero;
- evita di utilizzare i social nell'ultima ora prima di andare a dormire;
- sperimenta piccoli momenti di digital detox, anche solo qualche ora senza smartphone, per permettere alla mente di rallentare.

Un ultimo pensiero

La stanchezza che provi dopo aver passato molto tempo sui social non è immaginaria. È il segnale di un cervello che ha bisogno di pause, silenzio e ritmi più umani.

Viviamo in un mondo che compete continuamente per la nostra attenzione. Proteggerla è una forma di cura psicologica.

Forse la domanda non è quante ore trascorriamo online, ma quanto spazio lasciamo, ogni giorno, per ascoltare noi stessi senza il rumore costante di uno schermo.

giovedì 30 aprile 2026

Almond mum: chi sono e come condizionano l'alimentazione dei figli.


Il termine almond mom (mamma mandorla), virale su TikTok, descrive un genitore – solitamente una madre – ossessionato dalla forma fisica, dalle diete ipocaloriche e dal controllo del cibo. Queste madri trasmettono ansie legate all'alimentazione e all'immagine corporea ai figli, demonizzando intere categorie di alimenti e promuovendo abitudini restrittive, spesso con danni psicologici.

 Il termine nasce da un video del 2013 (reality Real Housewives of Beverly Hills) in cui Yolanda Hadid consigliava alla figlia Gigi, sentendosi debole, di mangiare solo "un paio di mandorle e masticarle bene".

Promuovono diete drastiche, controllano ossessivamente le porzioni, ignorano i segnali di fame dei figli e commentano spesso negativamente il peso corporeo.

 Questa mentalità, spesso legata a una "fobia del grasso", può portare i figli a sviluppare disturbi del comportamento alimentare o a interiorizzare ansie legate al cibo.


Su TikTok, l'hashtag #almondmom viene utilizzato sia per denunciare queste abitudini tossiche, sia per parodiarle, evidenziando il clima di "terrore" a tavola.

Il fenomeno sottolinea come la cultura della dieta e l'ortoressia (ossessione per il cibo "sano") possano condizionare negativamente le dinamiche familiari.


martedì 21 aprile 2026

psicoterapia online: il vantaggio della comodità e dell’accessibilità nei contesti contemporanei


 Negli ultimi anni, la psicoterapia online ha acquisito una crescente rilevanza, non solo come soluzione emergenziale, ma come modalità strutturata e valida di intervento psicologico. Tra i molteplici benefici, uno dei più significativi è rappresentato dalla possibilità di svolgere le sedute da casa o da qualsiasi luogo tranquillo, senza la necessità di spostamenti fisici.

 Questo aspetto apparentemente pratico ha in realtà profonde implicazioni psicologiche, relazionali e cliniche.

La comodità come facilitatore dell’accesso

La possibilità di accedere alla terapia senza uscire di casa riduce notevolmente le barriere logistiche: tempo di viaggio, costi di trasporto, difficoltà organizzative e vincoli lavorativi. Questo rende la psicoterapia più accessibile a una popolazione ampia, inclusi individui che vivono in aree remote o con mobilità ridotta.

Dal punto di vista psicologico, la comodità abbassa anche la soglia di attivazione necessaria per chiedere aiuto. Il solo fatto di doversi recare in uno studio può rappresentare un ostacolo emotivo per alcune persone, specialmente in presenza di ansia sociale, vergogna o resistenza al cambiamento.

L’ambiente familiare e il senso di sicurezza

Svolgere una seduta nel proprio ambiente domestico può aumentare il senso di sicurezza e controllo percepito. Questo favorisce l’apertura emotiva e facilita l’espressione di vissuti personali, soprattutto nelle fasi iniziali del percorso terapeutico.

Tuttavia, è importante che il luogo scelto sia sufficientemente riservato e privo di distrazioni, affinché il setting terapeutico mantenga la sua efficacia e il suo valore simbolico.

Caso clinico 1: ansia sociale ed evitamento

Marco, 32 anni, presenta un disturbo d’ansia sociale con marcati comportamenti di evitamento. Evita luoghi pubblici, interazioni con estranei e situazioni in cui potrebbe essere giudicato. L’idea di recarsi nello studio di uno psicologo gli provoca un’intensa attivazione ansiosa, al punto da rinviare più volte l’inizio della terapia.

La possibilità di iniziare un percorso online rappresenta per lui un primo passo sostenibile. Collegandosi da casa, Marco riesce a partecipare alle sedute senza l’ansia anticipatoria legata allo spostamento e all’ingresso in un ambiente sconosciuto. Progressivamente, grazie al lavoro terapeutico, sviluppa strategie di gestione dell’ansia e, dopo alcune settimane, si sente pronto a sperimentare anche incontri in presenza e a esporsi gradualmente a situazioni sociali.

In questo caso, la modalità online non solo facilita l’accesso, ma diventa parte integrante del processo terapeutico, fungendo da “ponte” verso una maggiore esposizione.

Caso clinico 2: gestione del tempo e stress lavorativo

Laura, 45 anni, è una manager con un’agenda lavorativa molto intensa. Nonostante percepisca un crescente livello di stress e segnali di burnout (insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione), fatica a trovare il tempo per iniziare una psicoterapia tradizionale.

La possibilità di svolgere sedute online durante la pausa pranzo o al termine della giornata lavorativa le consente di integrare il percorso terapeutico nella sua routine senza ulteriori carichi organizzativi. Questo favorisce la continuità del trattamento e riduce il rischio di abbandono precoce.

Nel corso delle sedute, Laura lavora sulla gestione dello stress, sul bilanciamento vita-lavoro e sul riconoscimento dei propri limiti. La flessibilità della modalità online si rivela cruciale per il mantenimento dell’impegno terapeutico.


La comodità della psicoterapia online non è un semplice fattore logistico, ma un elemento che può incidere profondamente sull’accesso, sull’aderenza e sull’efficacia del trattamento. In un’epoca caratterizzata da ritmi accelerati e da una crescente digitalizzazione, essa rappresenta una risorsa preziosa per ampliare le possibilità di cura e rendere il supporto psicologico più inclusivo e flessibile.

Bibliografia 

Andersson, G. (2018). Internet-delivered psychological treatments. Annual Review of Clinical Psychology, 14, 1–27.

Barak, A., Hen, L., Boniel-Nissim, M., & Shapira, N. (2008). A comprehensive review and a meta-analysis of the effectiveness of internet-based psychotherapeutic interventions. Journal of Technology in Human Services, 26(2-4), 109–160.

Norwood, C., Moghaddam, N. G., Malins, S., & Sabin-Farrell, R. (2018). Working alliance and outcome effectiveness in videoconferencing psychotherapy: A systematic review and noninferiority meta-analysis. Clinical Psychology & Psychotherapy, 25(6), 797–808.

Simpson, S., & Reid, C. (2014). Therapeutic alliance in videoconferencing psychotherapy: A review. Australian Journal of Rural Health, 22(6), 280–299.

lunedì 11 agosto 2025

La psicoterapia come grande risorsa!

 In questo articolo ho inserito le motivazioni più presentate nell'iniziare una terapia.

Logico che non si esauriscono qui, ma sono tante di più come l'umana ricchezza e complessità delle nostre menti.

Gli argomenti più richiesti in psicoterapia riguardano principalmente disturbi d'ansia, depressione, problemi relazionali e difficoltà legate a cambiamenti di vita. Inoltre, sempre più persone cercano aiuto per gestire lo stress, migliorare l'autostima, elaborare lutti o affrontare traumi, nonché per problematiche legate alla sfera sessuale e alle dipendenze affettive. La psicoterapia di coppia, in particolare, sta diventando sempre più richiesta, specialmente nel contesto post-pandemia.

Ecco alcuni dei temi più frequentemente trattati:

Ansia e Depressione:

Questi sono tra i disturbi più comuni che spingono le persone a cercare aiuto psicologico, spesso accompagnati da sintomi come attacchi di panico, fobie o disturbi dell'umore.

Problemi Relazionali:

Difficoltà nella comunicazione, conflitti di coppia, problemi familiari o sul lavoro sono spesso motivo di consultazione.

Cambiamenti di Vita:

Eventi come la perdita del lavoro, la nascita di un figlio, il pensionamento o il matrimonio possono generare stress e richiedere supporto psicologico per essere affrontati.

Lutto ed Elaborazione del Trauma:

L'elaborazione di un lutto o di esperienze traumatiche può essere un processo doloroso e complesso, che spesso necessita di un supporto professionale.

Disturbi della Personalità:

In alcuni casi, la psicoterapia può essere utile per affrontare disturbi della personalità che influenzano negativamente la vita dell'individuo e le sue relazioni.

Bassa Autostima:

La mancanza di fiducia in sé stessi e la svalutazione personale sono spesso alla base di numerosi disagi psicologici.

Problemi Sessuali e Dipendenze Affettive:

Questi temi, seppur più specifici, rientrano tra le richieste di aiuto in psicoterapia.

La psicoterapia di coppia, in particolare, è utile per affrontare problemi come la comunicazione, la gestione dei conflitti, la sessualità e le dinamiche relazionali.

In generale, la psicoterapia offre uno spazio sicuro e supportivo per affrontare le proprie difficoltà, comprendere le proprie emozioni e comportamenti, e sviluppare strategie più efficaci per gestire le sfide della vita. 

lunedì 31 marzo 2025

Gli anziani depressi

 L'invecchiamento, una fase della vita segnata da cambiamenti significativi, può portare con sé sfide emotive, tra cui la depressione. Questo disturbo, spesso sottovalutato negli anziani, può avere un impatto profondo sulla loro qualità di vita.


 Fattori di rischio


Diversi fattori possono contribuire alla depressione negli anziani:


Cambiamenti fisici: 

Malattie croniche, dolore e disabilità possono limitare l'indipendenza e l'autonomia.

Perdite:

 La morte del coniuge, di amici o familiari può generare un senso di vuoto e solitudine.

Isolamento sociale:

 La diminuzione dei contatti sociali e la mancanza di supporto possono favorire la depressione.

Fattori psicologici:  Una storia di depressione, eventi stressanti o difficoltà nel gestire i cambiamenti possono aumentare il rischio.


 Sintomi


La depressione negli anziani può manifestarsi in modo diverso rispetto ai giovani. I sintomi possono includere:


* Tristezza persistente o sensazione di vuoto.

* Perdita di interesse o piacere nelle attività.

* Disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia).

* Affaticamento e mancanza di energia.

* Cambiamenti nell'appetito e nel peso.

* Difficoltà di concentrazione e memoria.

* Dolori fisici inspiegabili.

* Sentimenti di inutilità o colpa.

* Pensieri di morte o suicidio.


## Diagnosi e trattamento


La diagnosi precoce è fondamentale per un trattamento efficace. È importante rivolgersi a un medico o a uno psicologo se si sospetta una depressione. Il trattamento può includere la psicoterapia analitico transazionale, che aiura la persona a comprendere il proprio dialogo interno e il suo modo di relazionarsi.



## Consigli utili


Ecco alcuni consigli utili per gli anziani e per chi si prende cura di loro:


* Mantenere uno stile di vita attivo: L'esercizio fisico regolare e una dieta sana possono migliorare l'umore.

* Coltivare relazioni sociali: Mantenere i contatti con amici e familiari e partecipare ad attività di gruppo.

* Esprimere le proprie emozioni: Parlare con qualcuno di fiducia o scrivere un diario può aiutare a elaborare i sentimenti.

* Cercare aiuto professionale: Non esitare a chiedere aiuto a un medico o a uno psicologo.


La depressione negli anziani è un problema serio, ma trattabile. Con il giusto supporto, è possibile migliorare la qualità di vita e ritrovare il benessere emotivo.

giovedì 27 febbraio 2025

La Depressione Postpartum e l’Analisi Transazionale: Una Prospettiva Psicologica


La depressione postpartum (DPP) è una condizione psicologica che colpisce molte donne nei mesi successivi al parto. Si manifesta con sintomi quali tristezza persistente, senso di inadeguatezza, difficoltà nel legame con il neonato e perdita di interesse nelle attività quotidiane. L’Analisi Transazionale (AT), sviluppata da Eric Berne negli anni ’50, offre un modello utile per comprendere e affrontare questa complessa esperienza emotiva, esplorando le dinamiche interne e relazionali che contribuiscono al disagio.


L’Analisi Transazionale: I tre Stati dell’Io e la DPP


L’AT si basa sull’idea che la personalità sia suddivisa in tre stati dell’Io:


1. Genitore (normativo e affettuoso): rappresenta l’introiezione delle regole e dei modelli comportamentali appresi durante l’infanzia.



2. Adulto: è il centro della razionalità e della valutazione obiettiva della realtà.



3. Bambino (adattato e libero): racchiude emozioni, bisogni e vissuti dell’infanzia.




Durante il periodo postpartum, i conflitti tra questi stati dell’Io possono amplificarsi. Ad esempio:


Il Genitore Critico può emergere sotto forma di giudizi severi verso sé stesse (“Non sei una brava madre”).


Il Bambino Adattato potrebbe sentirsi sopraffatto da sentimenti di abbandono, derivanti da bisogni emotivi insoddisfatti o riattivati dalla maternità.


L’Adulto, spesso sopraffatto dallo stress e dalla mancanza di sonno, può perdere temporaneamente la sua capacità di elaborare la situazione con equilibrio.



Copioni di Vita e Depressione Postpartum


L’AT suggerisce che ogni individuo sviluppa un copione di vita, ovvero un piano inconscio strutturato durante l’infanzia, basato sulle interazioni con i genitori e sulle decisioni precoci. Nel contesto del postpartum, alcune donne possono attivare copioni disfunzionali, come:


“Devo essere perfetta per essere amata”: questa convinzione può portare a uno stress eccessivo, amplificando il senso di fallimento.


“Non sono abbastanza”: un copione comune che intensifica il senso di inadeguatezza come madre.



Contratti di Cambiamento e Strategie Terapeutiche


L’Analisi Transazionale propone interventi mirati per aiutare le donne con depressione postpartum a riconoscere e ristrutturare i propri schemi disfunzionali. Tra le strategie più efficaci troviamo:


Consapevolezza degli Stati dell’Io: attraverso il dialogo terapeutico, la paziente viene guidata a identificare quale stato dell’Io domina in momenti specifici e come gestire il conflitto interno.


Ristrutturazione del Copione di Vita: lavorare sui messaggi genitoriali interiorizzati e sulle decisioni precoci per modificare le convinzioni auto-limitanti.


Sviluppo dell’Adulto Funzionale: rafforzare la capacità di valutare la situazione con lucidità, accettando imperfezioni e limiti.



Il Ruolo delle Relazioni nella Guarigione


Un altro aspetto chiave dell’AT è l’enfasi sulle transazioni interpersonali. La relazione madre-bambino, così come il supporto del partner e della rete sociale, gioca un ruolo cruciale nel percorso di guarigione. L’AT aiuta le madri a:


Identificare transazioni disfunzionali, come richieste eccessive o giudizi impliciti provenienti dall’ambiente.


Favorire transazioni nutrienti, valorizzando scambi positivi e incoraggianti con le persone vicine.



Conclusioni


La depressione postpartum è una sfida complessa che coinvolge dinamiche profonde a livello intrapsichico e relazionale. L’Analisi Transazionale offre strumenti preziosi per comprendere e affrontare questa condizione, aiutando le donne a riscoprire il proprio equilibrio e a costruire una relazione sana e amorevole con sé stesse e con il proprio bambino.


Un percorso terapeutico basato sull’AT può rappresentare una strada efficace per accompagnare le madri nel processo di cambiamento e crescita personale, trasformando il postpartum in un’opportunità di scoperta e risanamento.


martedì 16 aprile 2024

Pensieri raccolti sulla FOMO, sulla JOMO e sul Minimalismo digitale

 Mannaggia, FOMO? JOMO? Sembrano nomi giapponesi, invece queste simpatiche letterine sono nomi di ansie e sindromi abbastanza importanti e fastidiose.

 Fomo (fear of missing out) è un’espressione inglese che definisce l’ansia relativa alla possibilità che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli e gratificanti dalle quali si è assenti. 

È uno stato emotivo esagerato rispetto l avere rimpianti, l' essere indecisi e avere paura di aver preso una scelta sbagliata.

La FOMO nasce dal confronto con gli altri desiderati e popolari: sono i profili social di Influencer, YouTubers e VIPs vari ed eventuali che bombardano lo schermo di giovani e meno giovani quasi quotidianamente. Nonostante la FOMO non sia una patologia ufficialmente riconosciuta, non dev’essere sottovalutata. 


Moltiplicando le occasioni di confronto, i giovanissimi si mettono a paragone su mezzi 100% digitali, finendo per credere alla finzione patinata dello schermo. 


La FOMO, inoltre, si manifesta in ogni momento della giornata, non lascia tregua, quando i profili social di amici e Influencer si riempiono di post e Stories di viaggi, feste e vacanze. E chi, dal canto suo, non ha nient’altro da fare che scorrere con il pollice la bacheca di un social-network finisce per fare esperienza di quella spiacevole paura d’esser tagliato fuori dal mondo. 


Testa china sul cellulare, relazioni offline annullate, alla ricerca di una realtà virtuale che troppo spesso sembra migliore di quella reale, ma che in realtà non lo è. 


La FOMO può  essere però contrastata attraverso con qualche passo ben pensato e programmato :


✔La consapevolezza del presente: chi vive nel timore di perdere qualcosa è come se fosse sempre proiettato nel futuro o nel passato, fa fatica a rimanere nel qui e ora. Gli esercizi di meditazione di mindfulness sono quindi un percorso consigliabile e percorribile per tutte le persone. 


 ✔ ridurre il confronto sociale, l'utilizzo dei social che porta a questo. Programmi di digital detox devono essere personalizzati per essere accettati. 


✔ Imparare ad accettare i sentimenti di solitudine, uno stato d'animo prezioso, che non è per forza qualcosa da cui dobbiamo fuggire o scappare, ma dedicarci del tempo è il primo passo per acquisire una maggiore autonomia. 


Possiamo infine dire che è stata creata una antitesi alla parola FOMO, ovvero la JOMO, (joy of missing out) , la gioia di perdersi qualcosa. 

La chiave per contrastare questo fenomeno in crescita tra i giovani è accettare la realtà per quello che è, vivere il momento senza l’ansia di perdere qualcosa,. La JOMO invita invece a godersi la gioia, senza paura di perdersi qualcosa di meglio.

Ulteriore riflessione:

 Il  nostro benessere psicosociale è inficiato da una mondo digitale troppo invasivo, sarebbe meglio direzionarci verso i digiuno digitale disciplinato, per avere un rapporto più equilibrato con la tecnologia, attraverso alcune domande che ci possiamo fare, soprattutto sul chi e sul come, nel modo in cui ci suggerisce la studiosa Crook.:


• chi costruisce comunità? chi conosce i nomi degli altri. 

• chi spende bene il proprio tempo? chi vive ogni ora di ogni giorno. 

• chi ama sé stesso:? chi abbraccia i propri punti di forza e le proprie debolezze. 

• chi vive per l’oggi? chi assapora le proprie esperienze. 

• chi è grato per ciò che ha? chi non pensa a ciò di cui non ha bisogno. 

• chi abbraccia la propria umanità? chi preferisce provare dolore piuttosto che non provare niente. 

• chi conosce le vere ricchezze? chi dà valore alla connessione umana sopra ogni cosa. 

• chi è coraggioso? chi sceglie l’avventura al posto del rimpianto. 

• chi è generoso? chi dà ai suoi cari tutto il suo cuore e la sua attenzione. 

• chi ha gioia? chi sceglie l’amore al posto della paura. 


Per diversi anni, ho combattuto con il mio carattere sensibile e introverso, facendo le cose che piacevano agli altri, per non sentirmi esclusa. Cene sociali, capodanni, sport, gite, viaggi avventurosi, non penso di essermi mai fatta mancare niente, e senza mai divertirmi veramente.  

Con il minimalismo, il mio adorato minimalismo, ho fatto una scelta molto diversa e più concentrata sulle cose che rendono più ricca di senso la mia vita e che sono: la vita in disparte, la salute, le relazioni che contano, la cultura e il sostegno alle cause in cui credo. 

C’è chi mette il proprio smartphone in una scatola dopo esser tornato da scuola/lavoro, e chi imposta il telefono in modalità Aereo per un paio d’ore al giorno: le alternative per sconfiggere la FOMO sono tante, semplici da attuare e dai risultati (quasi) immediati. 


La verità è che la soluzione sta dietro a due concetti: sostegno e collaborazione. 

La vera risoluzione alla FOMO è il dialogo, affrontare il tema in famiglia e anche tra i banchi di scuola, fare luce su una patologia mentale che, negli ultimi anni, ha impedito a migliaia di adolescenti di affrontare serenamente il proprio iter di sviluppo. Agire tempestivamente permette di limitare i danni e, soprattutto, di tenere a bada quella dannosissima dipendenza da tap e click che colpisce tanto gli adulti, quanto i ragazzi più fragili.


Il mondo della scuola si cimenta da diverso tempo a tagliare la connessione tra le persone online, favorendo i rapporti sociali. Iniziative e manifestazioni sono all’ordine del giorno per sensibilizzare studenti e genitori su una tematica tanto attuale quanto spaventosa. 


Ne 2019 è stato il turno di UNICEF, con il progetto NEXTGEN Unicef, che ha messo un forte accento sul tema, parlandone in maniera globale. 


E il ruolo della scuola? La scuola ha un compito delicato, quello di cercare l’equilibrio fondamentale per favorire a bambini ed adolescenti un rapporto sano con la tecnologia. 


Se da un lato l’abuso è considerato patologico, dall’altro non è possibile oggi demonizzare l’innovazione tecnologica, parte sempre più integrante della vita privata e professionale dell’umanità. 


Lo scopo della scuola, quindi, è coinvolgere gli studenti in attività che promuovono un utilizzo virtuoso della tecnologia, dei social e dei supporti innovativi. 


In sostanza, la digitalizzazione non va combattuta per fronteggiare patologie come la FOMO, ma il vero lavoro deve essere l’educazione all’utilizzo della stessa. 

Bella sfida, iniziando ognuno dalla propria quotidianità. 


giovedì 15 luglio 2021

LO PSICOLOGO E IL LUTTO

Lo psicologo aiuta la persona a mettere in atto il rituale di separazione che spesso è stato saltato: ad esempio andare al cimitero, scrivere una lettera al proprio caro che non c’è più, dicendo tutto ciò che non è stato detto prima, o anche per liberarsi da giuramenti o promesse che sono state fatte e che vanno sciolte.

La persona viene aiutata a esprimere tutte le emozioni, i pensieri, i sentimenti che prova.

Il professionista invita il paziente a lasciar andare la persona amata con un ringraziamento per tutti i momenti vissuti insieme e per trasformare la tristezza in gratitudine.

Infine, si porta la persona a riscoprire la propria forza interiore, le proprie risorse e nuove motivazioni per continuare a vivere.

Tuttavia, è bene ricordare che la reazione al lutto è personale ed è influenzata sia dalla propria personalità, sia dalle circostanze che hanno portato alla morte. Infatti, un conto è accettare una morte naturale per vecchiaia, un altro è confrontarsi con il dolore per la morte improvvisa di un coniuge troppo giovane, di un figlio, o una morte per omicidio o un suicidio. Inoltre, è determinante la rete di relazioni e di aiuto che si ha a disposizione nel contesto familiare, amicale e sociale.


Se manca una rete di supporto sarà più facile cadere nella trappola della solitudine, della rassegnazione, della depressione che condurranno ad un lutto irrisolto.

venerdì 12 febbraio 2021

Nuove scoperte sulle cause di demenza.

Le demenze considerate incurabili prima, ora potrebbero essere gestite cambiando lo stile di vita.

Alcuni tipi e alcune cause di demenza sono in realtà il risultato di tanti piccoli colpi, inosservati, ai danni del cervello nel corso del tempo, questo è ciò che i ricercatori del Centro di Neuroscienze di Krembil a Toronto, hanno scoperto.


Ciò suggerisce che possibili cause di demenza possono essere curabili – probabilmente attraverso i cambiamenti dello stile di vita.


Le scansioni del cervello relativamente frequenti hanno rivelato delle piccole macchie tramite risonanza magnetica, che sono caratteristiche di piccoli colpi.


Le conseguenze di queste cause di demenza non erano state notate prima poiché gli studi precedenti avevano scansionato il cervello a intervalli più lunghi – in genere ogni anno.


Le macchie possono anche non produrre alcun sintomo, ma, nel tempo, si pensa che le lesioni possano formare aree nella materia bianca in cui la demenza si può sviluppare.


Circa il 50% degli individui più anziani hanno questo tipo di lesioni della sostanza bianca del cervello, anche se per molti sono innocue.


Per alcuni pazienti, tuttavia, la malattia può progredire fino a quando i sintomi diventano gravi.


Il dottor Daniel Mandell, che ha condotto lo studio, ha detto:


“Siamo rimasti sorpresi.I risultati suggeriscono che piccoli colpi silenziosi sono probabilmente molto più comuni di quanto i medici in precedenza avessero notato, e questi colpi sono probabilmente una delle cause della malattia della sostanza bianca legata all’età, che può portare a demenza. “


Esistono trattamenti per demenze degenerative, in quanto queste spesso sono demenze vascolari che è possibile fermare o almeno rallentare.


“Non sappiamo ancora se questi piccoli colpi rappresentino solo una parte o la maggior parte delle malattie della sostanza bianca osservate nei pazienti più anziani.


Ma là dove le cause di demenza rilevate, grazie al brain imaging, siano imputabili ai micro colpi, il trattamento dei pazienti da parte dei medici dovrebbe iniziare immediatamente,in modo aggressivo, sopratutto nelle persone che presentano fattori alti di rischio ictus, pressione alta, diabete, colesterolo alto, fumo di sigarette e mancanza di esercizio fisico. Questo perché così facendo si possono evitare ulteriori microtraumi e ridurre lo sviluppo del deterioramento e del declino cognitivo nel tempo “.


martedì 25 agosto 2020

Da cosa nasce l'attrazione sessuale.

 

Oggi parleremo di un tema di cui forse si parla molto poco: l’attrazione sessuale. Chi non l’hai mai provata? Chi non ha mai sentito addosso quest’energia positiva?

L’attrazione sessuale sembra essere la base per poter intraprendere un rapporto che possa dirsi “completo”: non possiamo intraprendere un rapporto se manca questo ingrediente fondamentale. Ma cos’è esattamente? Da dove nasce?

Cos’è l’attrazione sessuale

Con attrazione intendiamo quella forza di attrarre e di essere trasportati da qualcuno che non dipende solo dalla bellezza, poiché vi sono diversi fattori che possono rendere irresistibile una persona ai nostri occhi. L’attrazione sessuale, nello specifico, è quella forma di desiderio che si prova nei confronti di un’altra persona, caratterizzato da un coinvolgimento fisico: in un certo senso ci si sente così attratti dall’altra persona, tanto che si vorrebbe avere un rapporto sessuale con lei.

Da cosa nasce l’attrazione sessuale?

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Scientific Reports”, l’attrazione sessuale è il risultato dell’interazione tra geni e ambiente.

Sicuramente l’attrazione sessuale nasce grazie alla seduzione ed alla nostra fantasia: è grazie la nostra immaginazione che riusciamo a fare ciò che nella vita di tutti i giorni non faremmo, d’altronde; purtroppo, però, nella società odierna la fantasia è sempre più messa da parte: siamo sempre concentrati così tanto sul lavoro e sulla nostra realizzazione personale, che abbiamo messo in secondo piano la parte fondamentale di un rapporto, quella legata all’eros ed all’attrazione sessuale.

Non c’è più il desiderio di intimità, c’è solo la voglia di oggetti e superficialità.

Ma come nasce l’attrazione sessuale e cosa possiamo fare per riaccendere la fiamma dell’attrazione, quando ormai spenta?

Diciamo che nella maggior parte dei casi la capacità di attrarre è un’abilità che si possiede, ma esistono dei tratti fisici che possono comunque essere “sfruttati” se si vuole attrarre qualcuno: d’altronde, come tutti sappiamo, anche l’occhio vuole la sua parte, per questo è importante la prima impressione.

Pensate che il cervello dell’uomo è in grado, in pochissimi secondi, di elaborare quelli che sono i tratti fisici di una persona e attribuire così un giudizio. Cosa notiamo subito, senza nemmeno rendercene conto? Sicuramente i capelli, i vestiti, la carnagione.

Ora avete capito perché spesso si dice amore a prima vista? Ma cerchiamo di capire bene il ruolo che ogni parte del corpo ricopre  se si parla di attrazione sessuale.

l ruolo dei capelli e della pelle

Come abbiamo detto prima, tra le primissime cose che notiamo di una persona ci sono i capelli, il modo in cui sono acconciati, il colore, la piega: tutto questo non può non influenzare il nostro giudizio; vedere dei capelli ben curati sicuramente è molto più attraente che avere di fronte una chioma non curata. Anche l’odore della pelle è un fattore importante per sedurre: se abbiamo un odore non proprio gradevole, difficilmente riusciremo a sedurre.


La pelle, se vogliamo, è un ottimo canale di comunicazione, il primo forse e, se ci pensate, affinché si possa instaurare un contatto fisico e psicologico, è necessario una sensazione tattile.

Volti simmetrici

Per quanto riguarda il volto, sicuramente quelli simmetrici attraggono maggiormente. Inoltre, bisogna tenere in considerazione  che anche un viso curato ed una pelle splendente sono degli ottimi biglietti da visita.

Iride

Ci avreste mai pensato? Spesso ad attrarre una persona non è tanto il colore degli occhi, ma il cerchio scuro intorno all’iride: più intenso è, più avremo probabilità di attrarre.

Vestiti

Importante anche  il vestito ed il modo in cui lo si porta: possiamo attrarre qualcuno anche attraverso l’abito, il modo in cui scende, il modo in cui lo portiamo. Per quanto riguarda il colore,  gli esperti dicono che gli uomini sono più attratti dal colore rosso e nero.

Qualcuno di voi a questo punto si starà chiedendo: siamo attratti da ciò che è bello?

Bellezza e attrazione

Diciamo che rispondere a questa domanda  non è così scontato, poiché come tutti noi ben sappiamo, non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace: questo significa che, spesso, possono risultare attraenti ai nostri occhi persone non perfette fisicamente, ma che per un motivo o per un altro destano la nostra attenzione. Pensiamo al modo di fare, al modo di gesticolare o anche al modo di parlare: la voce è, per antonomasia, un organo erotico.


Quante volte siamo rimasti affascinati dal modo di parlare di qualcuno o dalla sua voce?


La voce insomma è in grado di accendere il desiderio sessuale.


Queste, come abbiamo visto, non sono caratteristiche fisiche, ma possono ugualmente rendere una donna o un uomo davvero irresistibile, fino a far scattare una vera e propria attrazione sessuale.


venerdì 1 settembre 2017

MINDFULNESS DI COPPIA..UNA SEMPLICE SOLUZIONE..

NON è FACILE VIVERE IN COPPIA…

iniziamo con questo assunto che sembrerà ad alcuni generalizzante ad altri negativo. 

No, è un dato di fatto, una situazione in cui ci troviamo tutti, sia che stiamo parlando di una coppia affettiva ( marito e moglie, fidanzati, amanti), sia che la coppia si composta da un genitore e un figlio, che da amici.




La psicoterapia è fondamentale quando ci sono dei problemi da risolvere per trovare un nuovo modo sano di relazionarsi ( o lasciarsi, in alcuni casi), e questa può essere accompagnata da esercizi di mind-fulness, che aiutano il lavoro stesso, rendendolo più semplice e duraturo.

Altre volte la mindfulness può essere utilizzata da sola per saldare legami già forti o ritrovare entusiasmo e progettualità che con l’andare del tempo, e magari, dopo un momento di stanchezza, 
possono essersi un po’ ingrigiti.

Meditare sull’Amore, infatti è una modalità dedicata a chiunque voglia scoprire come applicare la mindfulness nell’ambito dell’amore e delle relazioni.

Attraverso esercizi di meditazione, riflessioni guidate, condivisioni di coppia e di gruppo e indicazioni per la vita quotidiana, si ESPLORA  e si COLTIVA.

Queste sono due AZIONI_OBIETTIVI fondamentali per ogni relazione, compresa quella con noi stessi.

L’Amore preso in considerazione per primo è quello verso noi stessi come base per entrare in una relazione  con gli altri allo stesso modo, in tutte le forme in cui  può manifestarsi.

L’Amore verso gli altri, il secondo, è una via privilegiata per avere una vita che sia sempre piena di affetto indipendentemente dalla fase che stiamo attraversando nella coppia o con noi stessi.

La possibilità di amare e  rilassarci, lasciando andare il dolore delle aspettative che proiettiamo sull’altro e aprendoci invece alla possibilità di fluire insieme in uno spazio condiviso è un obiettivo fondamentale in tutte le relazioni della nostra vita.

Inoltre impariamo la possibilità di accogliere il disagio che  si crea nelle relazioni, non come qualcosa da cambiare o riparare a tutti i costi, ma come un’opportunità. Grazie a questo io posso allenare la mia curiosità e per cogliere informazioni preziose per il nostro percorso di coppia.

Un altro obiettivo fondamentale è quello di imparare a distinguere fra le relazioni che fanno bene a noi e agli altri, autentiche, naturali e che ci fanno crescere, e quelle che invece è meglio e sano iniziare a lasciare un po’ andare



VANO ATTACCAMENTO

Tutto è impermanente, 

perché questa è la natura della vita, ma noi facciamo fatica, psicologicamente, a lasciar andare e lottiamo (come fosse una cosa pericolosa), ogni giorno col CAMBIAMENTO. E un giorno, troviamo al nostro fianco qualcuno che non riconosciamo. Quello/a di cui ci eravamo innamorati un tempo,  l'abbiamo perso strada facendo.

QUESTO PRENDERSI CURA, attraverso la mindfulness delle nostre relazioni non ci rende freddi e spietati di fronte all’idea di amore romantico e “per sempre”, ma anzi, ci chiede di impegnarci a tutelarlo, smettendo di dare per scontato chi ci sta accanto. 

Stare nel momento presente significa anche rendersi conto di come ci poniamo nei confronti dell'altrui presenza, del perché, ad esempio,ci troviamo a dover piangere o richiedere presenze che non ci sono.


“Quando siete vicini, dove sei realmente? Il corpo è lì, ma la tua mente?” Thich Nhat Hanh, grande Maestro di Mindfulness.

lunedì 28 novembre 2016

VITTIMA? MA DI CHI?


Quando ci si accorge di essere vittime di violenza psicologica, specialmente se sistematica nel tempo, la vittima deve al più presto chiedere aiuto senza alcuna indecisione e affidandosi a specialisti il più competenti possibili.

 Non pochi i casi in cui il magistrato ha individuato, inoltre, il danno sistematico all'equilibrio psicoaffettivo della vittima da parte del carnefice uso a "negare fatti, eventi e cose dette" al punto da determinare un danno psichico-esistenziale a colei che la subisce.

Una cosa fondamentale che la donna deve fare è capire con chi ha a che fare e quanto questo può essere pericoloso…

I menzogneri patologici la prima cosa che fanno per poter ‘esercitare’ con maggior astuzia è quella di affermarsi  sostenitori assoluti della sincerità e dei suoi valori. Si tratta di persone severamente squilibrate, pure se appaiono normali in superficie, e il loro disturbo può provocare gravissime conseguenze a chi è loro vicino.

 Sono persone affette da DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’ le quali non hanno piena coscienza della loro malattia e credono che mentire sia giusto al fine di salvaguardare il proprio ego ed ottenere benefici, fino al punto di danneggiare gravemente gli altri con comportamenti malvagiamente manipolatori, mendaci ed ipocriti. Mentono con una capacità attoriale , tanto da presentarsi sinceri al più attento osservatore.
 Nella scala dei disturbi psichiatrici i narcisisti-bugiardi giungono poco prima degli psicopatici, ovvero dei serial killer, o comunque di quelle persone disturbate che oltre a mentire e a praticare violenza morale senza alcuna pietà, commettono anche atti di massima crudelta’ fisica. I bugiardi patologici narcisisti non arrivano a ciò, ma con la loro violenza morale  colma di atteggiamenti e comportamenti falsi, possono – senza farsi il minimo scrupolo – generare grandissime sofferenze nelle loro vittime e in alcuni casi possono giungere ad istigare al suicidio.

Esiste un tipo di violenza che non è visibile sulla superficie corporea, a livello cutaneo cioè, ma è ugualmente devastante al punto che può uccidere quanto l'eliminazione fisica diretta. E' un tipo di brutalità che viene perpetrata a mo' di stillicidio, spazzando via l'esistenza ( o provandoci ) ed in genere le vittime sono donne. Il soggetto violento potrebbe incominciare dapprima utilizzando modalità comunicative atte ad isolare la sua vittima, spesso infamandola, fino quindi ad umiliarla con grave danno sotto molteplici aspetti, non ultimo quello inerente alle proiezioni sociali. Lo scopo è quello di condizionarla, confonderla. Questo avviene di solito con l'interruzione e l'impedimento di informazioni reali e la pericolosa somministrazione di notizie false, il che serve a ridurre la vittima in uno stato di impotenza.

 Queste persone tentano di indurre anche, più o meno maldestramente, la donna a credersi "pazza", tentando sempre più tirannicamente di isolarla, al fine di farla comunicare  il meno possibile le aberrazioni subite. Questo tipo di soggetto violento, in genere per patologia psichica mai curata, arriva ad usare pretesti, fatti interamente inesistenti, per colpevolizzare la sua vittima in privato e in pubblico, provando a farle quella che si circoscrive "terra bruciata". Cerca però, vilmente, di non essere solo nel suo operato, e per far questo, reperisce qualche personaggio a lui simile e con cui far “branco”.

Il violento agisce rifiutando qualunque tipo di dialogo realistico circa le menzogne che prepotentemente pretende lei creda. Se ciò non avviene, se la vittima mantiene tenacemente la propria lucidità, il soggetto passa a toni  sarcastici, deride, disprezza, mortifica, squalifica e, ancora una volta, isola. La perseguitata indebolita comincia a sentirsi confusa, non mette più del tutto in dubbio quello che vede e sente.
Ma se lo fa subisce l'ultima fase, quella intimidatoria e delle vendette. Se caratterialmente determinata, la donna potrebbe però continuare a difendersi cercando di convincere il delinquente,  che ciò che lui le fa non è giusto, che ciò che, in modo molesto, afferma è falso. Tenta di far chiarezza ancorandosi alla razionalità. Cerca tenacemente, e spesso trova, tutte le prove della realtà dei fatti, annientandosi con inevitabile stress e logorìo della propria salute, mentre irrita ancor di più il suo carnefice.

La violenza psicologica erode e calpesta la dignità della persona. È composta di un insieme di comportamenti messi in atto al fine, conscio o inconscio,  d'indebolire figlie compagne sorelle, donne che solitamente manifestano fin da subito qualità umane di cui il personaggio dannoso, di solito un familiare, si vede sprovvisto. Questo tipo di tormenti si svolge nel tempo, nell'arco di intere esistenze violate, e raramente culmina con l'eliminazione fisica, essendoci comunque una relazione di dipendenza. E' purtroppo la donna stessa, invece, che si ammala di depressione, arrivando in alcuni casi al suicidio o diventa insicura, dubbiosa di sé, convinta alla fine della ragione e della bontà di chi le sta invece infliggendo molestie ed abusi psicologici con costanza criminale.

DONNE

Un’esca facile:




innumerevoli donne messe a morte,
imbracate, annegate, bruciate,
abbandonate nei più marci terreni.

E non finisce.

Donne ormai lontane dai
rosati infanti che furono,
che sono quelle ombre d’uomo
temute, impronunciabili.


Poesia di Mariella Bettarini